Rileggere Agostino per comprendere il potere e la politica

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Rileggere Agostino per comprendere il potere e la politica

Rileggere Agostino per comprendere il potere e la politica
“Confessiones”, l’opera maggiore di Agostino

Agostino di Tagaste  (in latino: Aurelius Augustinus Hipponensis; Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430) nato nel 354 in una cittadina algerina e morto nel 430 a Ippona, odierna Annaba,  non è stato solo un finissimo teologo, nonché padre fondatore e dottore della Chiesa Cattolica, bensì anche, e forse soprattutto, un sottile teorico della politica e del potere: rileggerlo oggi, nel bel mezzo della crisi dei poteri istituzionali, può essere illuminante.

Il corpus della produzione filosofica agostiniana è sempre un intreccio tra la vicenda religiosa del cuore e quella della ragione terrena: un continuo sforzo di conciliazione tra la fede infinita e la praticità dell’esistenza umana. Ed è proprio su questo sfondo che emerge il ruolo del potere come elemento fondante sia dell’istituzione fideistica che di quella politica: lo spazio dell’anima e quello della ragione necessitano alla medesima maniera, l’uno e l’altro senza distinzione, di un potere cui rivolgersi per essere guidati, orientati e in ultima analisi sottratti alla confusione annichilente. Quella di Agostino è una filosofia dell’ordine, giocata sull’incidenza dello stesso ora sull’interno ora sull’esterno dell’essere umano: tanto le celebri Confessiones quanto le opere più eminentemente politiche si giocano abbondantemente sul tema del ridimensionamento dell’uomo dinnanzi all’ordine superiore del cosmo, restituendo una forte importanza politica al discorso teologico.

La riflessione teologico-morale di Agostino, soprattutto in seguito all’esperienza milanese a contatto col vescovo Ambrogio, incontra il mondo e dunque l’ordine terreno della politica: nel De Ordine, ad esempio, l’apologia del potere è funzionale alla giustificazione del male mondano, in ultima analisi definito dal filosofo come mera assenza di bene; ma più in generale in tutta la riflessione agostiniana si incontra l’idea di potere politico come direttamente discendente dalla volontà divina: è in questa logica che il potere istituzionale non può che essere un bene. Ma sorge facile una domanda: come spiegare dunque i cattivi governi che da sempre si avvicendano sulla Terra? La riposta del sapiente di Tagaste è finemente teologica: utilizzando l’argomento del minus turpis (meno peggio), Agostino chiama male politico la tensione dinamica tra pluralità nella quale nasce l’atto politico e singolarità con cui in finale esso si esprime; come a dire che la politica è sempre a partire da un concetto plurale ma si risolve costantemente nel potere di uno solo o di un piccolo gruppo. Questo problema era già stato in qualche maniera sollevato da Aristotele, e a tutt’oggi è al centro della problematicità delle democrazie: ogni partito, come il nome stesso ricorda, è espressione di una determinata fazione di popolazione, ma nonostante ciò ha legalmente il diritto di scegliere anche per la parte che non rappresenta. La natura del potere è dunque naturalmente contraddittoria, il che rinvia per Agostino ad una ulteriorità dello stesso rispetto all’intelletto umano: esistono così gradazioni di potere, alcune migliori di altre, ma tutte ugualmente diretta emanazione divina, finalizzate, allo scuro della comprensione umana, al progresso (in senso logico e non valoriale) della storia terrena.

Il potere politico è così espressione del progetto superiore di Dio; nasce nel peccato, nella dimensione in cui abbiamo visto depauperare della pluralità un atto partecipato, ma tuttavia riesce a garantire una qualche forma di pace tra gli uomini, secondo gradazioni sfumate. Il legame tra Chiesa e potere, oggi biasimato e minacciato, diventa con la filosofia di Agostino inevitabile: l’utilizzo del potere politico, in ogni contesto umano, diviene la razionalizzazione del procedere progredente, senza il quale caos e anarchia governerebbero le umane sorti. Agostino, riletto a dovere, può demistificare il rapporto tra Chiesa e potere, facendone emergere la razionalità, oltre che il nesso intrinseco con un ordine morale del discorso civile, e mettendo in camino verso modelli più ragionati e condivisibili dello stesso.

In linea più generale, la filosofia agostiniana educa i contemporanei alla stima nella politica, ripara dal disaffezionamento galoppante nei confronti della stessa e incrementa l’uso della coscienza civile. La radice eminentemente teologica dei poteri istituzionali della modernità occidentale, sulla scorta delle intuizioni agostiniane, è oggi una convinzione di molti filosofi, tra cui è doveroso ricordare l’italiano Massimo Cacciari.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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