I nostri genitori possono essere il nostro Virgilio nel cammino della vita?

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I nostri genitori possono essere il nostro Virgilio nel cammino della vita?

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Il figliol prodigo di De Chirico

Si fa tanto parlare di educazione, di genitori che non sono capaci di istruire i propri figli, di figli che non ascoltano i genitori, di un dirompente lassismo tanto nelle famiglie quanto nelle scuole. Ovviamente, nel mondo dove le lauree non servono e bastano due nozioni su Internet, tutti i novelli pedagoghi si ostinano a dire la loro e a giudicare le altrui famiglie. Rimango dell’idea che, se anche mio figlio avesse fatto la cosa più aberrante del mondo, se anche fosse il peggior killer della storia, non potrei non giustificarlo. Si punta spesso il dito verso i genitori che difendono figli assassini, drogati, stupratori: ma chi è il genitore, se non colui che ti sta affianco nel momento in cui hai bisogno e il mondo ti abbandona?

Il problema è che in tutto questo blaterare, nessuno si ferma mai a chiedersi quale sia, oggi, il rapporto tra padri e figli. E padri e figlie. E madri e figli. E così via. Soprattutto in un mondo in cui, spesso, il confronto-scontro generazionale si amplia e si inasprisce di fronte ad un problema come l’orientamento sessuale.

Ogni era, forse, ha il proprio crine lungo cui le vecchie e le nuove generazioni si devono confrontare. Se penso a me, e ai miei ormai 25 anni, il vero problema forse era la tecnologia. Il web faceva paura ai miei genitori, e a posteriori capisco il perché: i pericoli che vi si annidano sono talmente tanti da spaventare, penso, chiunque. Soprattutto conoscendo quella innocenza spesso spericolata dei giovani, dettata un po’ dall’età e un po’ dalla voglia di andare sempre, a priori, contro i propri genitori.

Eppure, se ci pensiamo, è uno conflitto così antico da essere il fulcro di una delle più belle e complicate tragedie della storia greca: l’Antigone di Sofocle, rappresentata per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 442 a.C..

Antigone, eroina dell’opera, si scontra con il re di Tebe, Creonte, nonché suo zio: vuole infatti seppellire il corpo del fratello Polinice, morto sul campo di guerra. In quanto nemico della patria, è destino che il suo corpo venga martoriato dalle intemperie e dagli animali, non meritando l’onore di una degna sepoltura.

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Guido Reni, San Giuseppe e il bambino Gesù, 1635

Lo scontro, quindi, è tra le leggi del nomos, della legge temporale, contro le leggi degli dei, della religione. Ma anche tra l’antico e il nuovo, tra la nipote degenere e scapestrata e l’anziano vecchio che cerca di fermare le follie della nuova generazione.

Parlando di una tragedia greca, ovviamente, il finale è tremendo: Antigone viene rinchiusa da Creonte, il quale poi si pente della sua scelta, ma quando vuole liberare la ragazza è troppo tardi.

Si è suicidata.

Ovvio, questo è il finale di un’opera greca, ben lontano dalla realtà, dove si spera che gli zii non imprigionino le nipoti. Ma su questa famiglia si allunga l’ombra di  Edipo, che è non a caso il padre di Antigone.

Conosciamo tutti la sua storia, il rapporto incestuoso con la madre, da cui nasce la sua prole, e l’uccisione del padre: Edipo fa tutto ciò in modo del tutto inconsapevole, proprio mentre tenta di scappare da quel destino che l’oracolo gli ha preventivato.

Ma la sua storia è diventata simbolo e leggenda con Freud, che ha tramutato la leggenda in psicosi: il rapporto edipico è tipico del figlio che prova attrazione verso la madre e d’altro canto vede il padre come un rivale in questo rapporto, volendone la sua morte. Questo dramma tipico, per lo psicoanalista, di tutti i bambini viene poi superato con la crescita: ma, nel caso questo non avvenga, può provocare la nascita di disturbi psichici, manie, ossessioni.

Ma dalla tragedia greca alla psicoanalisi certo non è messaggio felice quello che ci viene restituito.

Possibile che non si paventi un’altra alternativa, la possibilità di un rapporto sano, per quanto difficile, tra i genitori e la loro prole?

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Prime letture di Plinio Nomelli

Spesso, e lo sa tanto chi è figlio quanto chi è genitore, il conflitto nasce anche dal fatto che i giovani non sembrano proprio voler ascoltare gli anziani, aspettando i tanto ambiti 18 anni. Le stesse cose che mia madre disse a me, le disse mia nonna a lei, e così via in un eterno ritorno del sempre uguale. Gli errori dei figli sono i medesimi dei genitori, proprio quelli da cui quest’ultimi vorrebbero salvarci. Vorrebbero evitare che noi affrontassimo il dolore di una scelta sbagliata, di un incontro poco accorto, di un passo falso che può costarci l’interno nostro futuro.

Eppure, forse, il genitore è fatto proprio per questo: guidarci nel fare errori. Essere lì per quando saremo a terra, tremanti, senza più certezze.

Per quanto possa essere frustante rivedere gli stessi propri errori forse è questo il loro destino: scortarci per mano anche mentre cadiamo. Per farci rialzare più facilmente.

Un po’ novello Virgilio per Dante, la figura genitoriale deve scortarci fino al Paradiso, facendo il più duro dei lavori, per renderci più facile la vita poi.

Duro, forse difficile: ma alla fine, l’amore è amore, e alla fine amor vincit omnia.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

 

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