Dell’Abitare Poeticamente Il Mondo, ovvero il Poeta che cerca l’Essere

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Dell'Abitare Poeticamente Il Mondo, ovvero il Poeta che cerca l'Essere
Schiller

La poesia non è morta. Tutt’al più lo sono i poeti. Cadaveri nascosti all’ombra di un fuggevole presente che non dà modo a quelle menti brillanti, destinate al dolce travaglio, a cui è affidato la salvezza umana e la pietà popolare, di ricevere il giusto valore. In un mondo deeticizzato e privato della possibilità di condurre un’esistenza che non sia rivolta verso valori imposti dall’ordine capitalistico vigente, in cui la bellezza è sostituita in modo surrettizio con “ciò che deve essere bello”, in cui l’io kantiano è sostituito con l’io monetario, il poeta è apolide. Per egli si compie o il ludibrio ecumenico che l’estro di Baudelaire riserva all’albatros nella celeberrima poesia o la riduzione forzata ad una figura mitologica: immortale certo, ma scevra di una realtà nobilitante.

Amaramente, bisogna constatare che non siamo più in grado, come la saggezza di Holderlin suggerisce, di “abitare poeticamente il mondo” e questo poiché oramai abbiamo perso quella concezione olistica del mondo, per cui la moltitudine delle realtà è dotata dell’essere. Abbiamo dimenticato, evidentemente, l’arte di vivere (euzen= buon vivere; cfr. Aristotele, Politica), ossia dare forma al caos che governa il mondo tramite la saggezza. In vero, siamo ridotti ad abitatori coatti di un ceruleo mondo e detentori di esistenze grevi e meste, le quali si presentano come sterili progetti da adempiere, contro cui far entrare in rotta di collisione i nostri puerili desideri.

Dell'Abitare Poeticamente Il Mondo, ovvero il Poeta che cerca l'Essere
Holderlin

Ma cosa vuol dire abitare poeticamente il mondo? Abitare poeticamente il mondo vuol dire esattamente essere toccati dall’essenza delle cose. Rendersi conto che non siamo circondati da oggetti indarni a cui assegnare nomi. Vuol dire esautorasi dalle cariche di cui la società della compiuta peccaminosità, per dirla con le parole di Fichte, ci ha insignito. Ed è la poesia, ovvero il logos dietro celato, che rivela a noi la verità delle cose. Essa solleva  il manto che oblia l’essere e la sua intima essenza (aletheia= verità, togliere il velo, mettere a nudo, cfr. Platone, Ione). Dacché non viviamo in un susseguirsi disordinato e casuale di innumerevoli avvenimenti da analizzare, comprendere ed etichettare, ma in un mondo detentore di un’anima. Compito della poesia è quindi, giungere dalle apparenze molteplici della realtà, all’unità delle differenze della stessa. Compito del poeta è leggere e interpretare quella realtà che nella percezione odierna viene falsata agli occhi dell’individuo novello. Abitare poeticamente il mondo significa anche riconoscere la natura, e nella sua spontaneità la grazia eterea del divino, del trascendente. Ed è nella capacità di stupirsi, di meravigliarsi di fronte l’inesplicabile, in quella che Schiller definì come poesia ingenua in contrapposizione alla poesia sentimentale, che si riconosce la forza estrema del poeta. Colui ovvero, che vive in armonia con la natura, la quale, come un profluvio irrefrenabile, si manifesta ad esso nella levità e nella naturalezza delle parole. Come Keats scrisse una volta:

Il poeta è la meno poetica delle creature: non ha identità – ma di continuo foggia e riempie qualche altro corpo. […] Quando sono in una stanza fra la gente, se per caso non sono assorto nei miei più intimi pensieri, allora non riesco a essere più me stesso, ma la personalità di ciascuno dei presenti comincia a soffocarmi fino addirittura ad annientarmi. E non solo fra gli uomini, sarebbe lo stesso in un asilo.

Se conoscere è il farsi presente dell’essere, la meraviglia rappresenta l’avvertenza della coscienza che caratterizza l’essere. La peculiarità dell’uomo moderno di non lasciarsi stupire risulta coerente con le dinamiche positivistiche impostesi all’alba della rivoluzione industriale. L’arroganza dell’inveterato uomo di scienza si frappone, ancora oggi, fra l’umanità e la sua sete di verità, affermandosi perentorio, con la presunzione di discernere la verità, di esserne l’unico detentore e con l’ardire di sostituire la propria versione ad essa, ostentando al mondo solo l’aspetto ma non la sua essenza. Triste consolazione è la scienza per quanti anelano alla verità.

Dell'Abitare Poeticamente Il Mondo, ovvero il Poeta che cerca l'Essere
Scena tratta dal film “Nostalghia”

Eppure, di fronte alla sconfitta apparente è la bellezza in ultimo a trionfare, dacché la poesia si fa largo fra la folla salmodiante dei detrattori proprio grazie la sua assenza. La sua non-presenza riesce ad imporsi energicamente. «Bisogna tornare alle basi iniziali della vita, senza sporcare l’acqua» urlava il folle, nell’elegiaca opera cinematografica di Tarkovskij, Nostalghia. L’uomo non può fare a meno della poesia. Percepisce il peso della sua assenza. La cerca, la brama in ogni anfratto dell’anima e ora sta cominciando a provare una dilaniante nostalgia, perché le parole del poeta danno forma e colore a quelle emozioni inespresse che troppo a lungo soggiacciono assopite nel fondo dell’animo senza trovare una via d’uscita. Il punto nevralgico è questo:  la dissoluzione dell’identità culturale porta il poeta a non fare del mondo la propria casa, e il mondo d’altro canto non è più capace di accogliere esseri simili poiché non è capace di riconoscere individui intellettualmente liberi. L’uomo deve allenarsi a divenire poeta sulla terra nel suo tempo. Deve affrancarsi dalla sua condizione di schiavo e svincolarsi dai ceppi che lo legano al basamento della cultura enciclopedica e del dilagante positivismo efferato, in modo da poter spiegare le ali della saggezza e volare sempre più alto, raggiungendo orizzonti inesplorati e cieli più splendenti. L’unica arma che deve concedersi è un cuore predisposto all’ascolto e una mente incline al dissenso, il resto è oscurità.

La poesia non ha nulla da rivelare all’uomo di scienza, né al filosofo. Poiché in fin dei conti la poesia è molto simile a un tramonto: esso non è capace di raccontare la bellezza, né di celebrarla, riesce solamente ad esprimerla in tutta la sua fulgida onnipresenza.

Angelo De Sio per MIfacciodiCultura

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