Loro di Roma – Aracne: la fanciulla costretta a tessere per l’eternità

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Loro di Roma – Aracne: la fanciulla costretta a tessere per l’eternità

Quello che vi raccontiamo oggi è mito che ha per protagoniste due donne forti e determinate (Aracne e Minerva), il cui epilogo però lascia l'amaro in bocca.
Veronese

Quello che vi raccontiamo oggi è mito femminile che vede come protagoniste due donne forti e determinate (Aracne e Minerva), il cui epilogo però, lascia un po’ di amaro in bocca.

Il mito

Il mito di Aracne è raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi: Aracne era una giovane fanciulla che viveva in Lidia ed era assai nota per la sua abilità nel tessere. Ritenendo di essere superiore a chiunque in quest’arte, peccò di superbia, volendo sfidare Minerva, protettrice della tessitura. La dea, prima di accettare la sfida, diede alla ragazza la possibilità di tornare sui suoi passi: si trasformò in un’anziana signora per tentare di persuadere la fanciulla e per indurla a scusarsi per la sua impertinenza, ma la giovane testarda non solo non accettò i consigli ma rinnovò il suo intento! Così la sfida ebbe inizio. Minerva decise di tessere sulla propria tela una delle sue vittorie, quella della contesa con il dio Nettuno per il possesso della città di Atene. Aracne invece, scelse un tema più romantico e decise di tessere tutti gli amori degli dei dell’Olimpo con i mortali. La scelta di questo soggetto fece infuriare Minerva che si sentiva oltremodo presa in giro! La dea infatti, distrusse subito la tela e si avventò contro la sua avversaria colpendola con la spola. Aracne, umiliata dall’ira divina, tentò di impiccarsi ma Minerva, non volendo porre fine alle sofferenze della fanciulla, la sottrasse alla morte trasformandola in un ragno e costringendola a tessere per l’eternità.

Aracne nell’arte

Diego Velázquez

Il mito fu poco rappresentato nell’arte durante i tempi antichi, ma stimolò molto la curiosità degli artisti nelle epoche successive. Nel Cinquecento furono ben due i maestri che scelsero Aracne come soggetto per i propri affreschi: il Veronese per la Sala del Collegio di Palazzo Ducale a Venezia e Taddeo Zuccari per la Sala dei Lanifici di Palazzo Farnese a Caprarola. Il Veronese decise di inserire Aracne tra le raffigurazioni che dovevano celebrare la Repubblica di Venezia dopo la Battaglia di Lepanto: ecco quindi comparire una fanciulla vestita sontuosamente che solleva tra le mani una ragnatela, allegoria dell’Industria. Il ragno, il tessere e la ragnatela stessa rappresentano infatti il simbolo del lavoro meticoloso (l’Industria appunto), attributo per eccellenza di Aracne, grande esempio di operosità. Lo Zuccari invece nell’affresco di Aracne e Minerva (immagine di copertina) decise di ritrarre il momento del duello: la scena così impostata focalizza tutta l’attenzione sull’elemento della tessitura, in accordo con il programma iconografico della sala, che era tutto dedicato a questa arte, essendo lo spogliatoio del cardinale Alessandro Farnese. Nel 1600 il pittore Diego Velázquez realizzò una perfetta sintesi dell’intero mito: nel suo Le Filatrici (La Favola di Aracne) pose in primo piano alcune donne, anonime, ritratte mentre filano e tessono, mentre in secondo piano ecco comparire la dea Minerva che, dismesse le vesti menzoniere, si presenta ad una stupita Aracne, proprio come narrato nel mito. Nel 1636 invece Pieter Paul Rubens nella tela Aracne e Minerva scelse l’epilogo del racconto, ovvero quando Minerva colpisce la giovane, infierendo sulla fanciulla prima di darle l’eterna punizione. Con il tipico gusto per il tragico e la teatralità, Luca Giordano nel suo Aracne e Minerva dipinto alla fine del 1600 per i reali di Spagna, fissò sulla tela il momento più tragico del mito: la metamorfosi, la trasformazione di Aracne in ragno, le cui dita hanno già iniziato a divenire ragnatele.

Il significato del mito

Rubens

Un tema assai ricorrente nel mondo antico, soprattutto nelle tragedie e nei miti, è quello dell’hybris, che significa letteralmente tracotanza, eccesso, orgoglio, un atteggiamento ingiusto che porta inevitabilmente a conseguenze negative, usato spesso nella narrazione come un antefatto che conduce poi all’inevitabile catastrofe o punizione divina. È questo infatti che accade anche in questo mito: Aracne pecca proprio di tracontanza, osando sfidare la dea Minerva, fatto impensabile per gli antichi, e per questo, scatenando l’ira della dea, finisce per essere punita, generando l’antitesi della hybris e cioè le némesis, la punizione appunto. Chi osa andare contro la volontà degli dei deve pagare un caro prezzo! Aracne infatti, come tutti gli esseri mortali, non può aspirare a raggiungere la “perfezione” divina, ma è assai curioso che spesso nel mondo antico siano proprio i mortali a suscitare negli dei uno dei sentimenti più “umani”, l’invidia!

L’Asino d’Oro – Associazione Culturale per MIfacciodiCultura

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