La figura del Professore è stata troppo idealizzata da letteratura e cinema?

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La figura del Professore è stata troppo idealizzata da letteratura e cinema?

La figura del Professore è stata troppo idealizzata da letteratura e cinema?
Mona Lisa Smile

C’era una volta la professoressa di latino e greco, de core napoletano, un bizzarro incrocio tra zia amichevole e fraternizzante e la reincarnazione di Mefistofele vivente, che nell’insegnamento si lasciava liberamente ispirare a metodi ereditati da Satana. Questo cocktail di difficile gestione mi risultava incomprensibile, e fu probabilmente per questo che il greco e il latino furono per me una piaga atroce e dilaniante: avrei preferito sorbirmi gli sproloqui frustrati e frustranti del professore di matematica e fisica annientato dalla sua nullità e dall’incapacità di tessere sani rapporti con quei ragazzi poco inclini a seguire i suoi ragionamenti pseudo logici. E la logicità dovrebbe essere intrinseca alla matematica, indi per cui ecco che ripiombavo nell’insofferenza. Passavano le ore e tra un momentaneo estraniamento durante l’ora di biologia e lo smarrimento labirintico da cui non trovavo via d’uscita nelle interminabili ore di greco, speravo in un irradiamento trasmesso dalla letteratura. Niente, false illusioni. La professoressa di italiano era irrimediabilmente annebbiata nel misticismo dantesco, e nonostante il caparbio pragmatismo di un Verga o la ferrea storicità romanzata di un Manzoni,  percepivo chiaramente la difficoltà che incontrava nel distinguere tra una critica spassionata e incuriosita sul Paradiso e un’aberrante bestemmia nei confronti del suo Dio. Panico.

Situazioni come la mia sono più o meno condivisibili, ma è da queste esperienze che può trarre giovamento confrontarsi e analizzare la capillare importanza del ruolo dell’insegnante che tutto può fare, tranne lasciar annegare lo studente nel suo brodo, cosa che effettivamente molti insegnanti fanno, inconsapevolmente o meno, o per stanchezza e noia, o perché facevano languidamente leva sull’autorità che trasmettevano, e si cullavano della presa di potere che avevano su di noi.

Rettifico: purtroppo, ed è una considerazione amara, la maggior parte delle esperienze scolastiche non possono che essere similarmente ricondotte alla mia personalissima. Ed è una consapevolezza desolante prendere atto dello status quo delle cose: lo spirito progressista dell’insegnamento così come ci è stato mostrato (magicamente) in L’attimo fuggente produce nella mia mente una dopo l’altra a chiare lettere la parola disappear, o ancora mi balza nella memoria Mona Lisa Smile dove erano le donne le protagoniste indiscusse, delle ragazze succubi della propria condizione di privilegiate che guardavano di sbieco una novella professoressa distinta dalle altre per la tenacia con cui tentava di estrapolare quelle provette casalinghe dal loro guscio rassicurante. La temibile presenza del professore si concretizza realisticamente parlando nel momento dell’interrogazione – interrogatorio processuale, in quell’arco di tempo in cui serpeggia come veleno la paura e il senso di impotenza nei confronti del docente, e si agogna il miraggio della fortuna, per dirla in maniera galante. La spensieratezza, o comunque l’utopica bontà umanistica e umanitaria delle trasposizioni cinematografiche contribuiscono a creare nell’immaginario collettivo una figura tristemente irrealizzabile, forti tutti delle tradizionali autorità dallo spirito machiavellico e spietato a cui siamo stati abituati almeno qualche volta nelle nostre esperienze accademiche.

La letteratura non è da meno nel distendere un velo pietoso sull’incapacità dell’insegnamento. Musil, ne I turbamenti del Giovane Törless dipinge la figura di un gelido professore di matematica che respinge fredamente le domande dei suoi alunni con noncuranza e indifferenza. In poesia Gozzano ha reso con imparagonabile maestria quell’asettico torpore che taglia la vena creativa dell’immaginazione e che penetra dolorosamente nell’intelletto vivo e ricettivo del ragazzo costretto a sopportare un professore che incentiva alla sonnolenza:

Mi rammento la classe, mi rammento | la scolaresca muta che si tedia | al commentare lento sonnolento.

Il microcosmo scolastico è stato vissuto come un soffocante universo concentrazionario, e l’ex maestro Giovanni Papini spassosamente ce lo ricorda: «Le scuole […] non son altro che reclusori per minorenni […]. L’unico testo di sincerità nelle scuole è la parete delle latrine», o ancor peggio come l’officina dell’omologazione, dove lo sciovinismo e il qualunquismo dilagante degli più sfaccendati fa moda e detta legge, per quell’astruso fascino spacciato per bohemienne, ma che in realtà, ragionando in termini ancor più provocatori, racchiude tutti i frutti più o meno marci della nostra società dello spettacolo, o meglio della spettacolarizzazione dell’ignoranza, e del consumismo (Marco Lodoli, che ha dedicato al suo lavoro di insegnante molti scritti significativi, eccede – o no?- nel presentare come esponente di un nuovo andazzo una studentessa che agogna gli slip di Dolce&Gabbana).

La figura del Professore è stata troppo idealizzata da letteratura e cinema?Certo, denigrare un’istituzione in blocco può essere un’ottima strategia per neutralizzare il ricordo delle contestazioni che hanno provato a modificarla e per impedire che si rinnovino, le battaglie dei neo-partigiani Sessantottini dovrebbero sopravvivere saldamente nella nostra memoria. La luminosa speranza che ci ha lasciato la lotta per un nuovo rinascimento culturale dovrebbe averci lasciato in eredità una certezza, velata d’ombra ma resistente, robusta: che l’insegnante “d’eccezione” esiste, e anche se non ricalca la prominente e intrigante sagoma del professor Antolini de Il giovane Holden poco importa, lo riconoscerete sicuramente. È quello che non trasforma, non plasma, non manipola i suoi studenti, non esercita un ruolo coercitivo, non si diverte a tiranneggiare o a fare il gradasso giustificandosi con la massima «ho il coltello dalla parte del manico», non abbandona neppure lo studente alle prese con una poesia di Quasimodo, densa dell’ermetismo più destabilizzante, non svilisce chi si approccia alla filosofia hegeliana o kantiana liquidandola in qualche lezione perché tanto, chi vuole intendere intenda…

Quella persona che noi chiamiamo insegnante incarnerà proprio il nomen omen che gli è stato dato, e lo riconosceremo tra i tanti che ci verranno sottoposti a giudizio; certo, magari non salteremo in piedi sui banchi inneggiando «Capitano, mio capitano», ma a posteriori lo distingueremo, e la sua importanza sarà calcolata non in base ai ringraziamenti sussurrati sottovoce, ma in base al peso dell’arricchimento culturale di cui ci ha nutriti.

Maria Vittoria Giardinelli per MIfacciodiCultura

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