I Grandi Classici – “L’amico ritrovato”, perdita e ricerca delle proprie radici

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Capivo bene mio padre, e ancora lo capisco. Come era possibile che un uomo del Ventesimo Secolo credesse nel diavolo o nell’Inferno? … Per lui i nazisti non erano altro che una malattia della pelle manifestatasi in un corpo sano e, per curarla, sarebbe stato sufficiente praticare qualche iniezione, tenere il paziente tranquillo e lasciare che la natura facesse il suo corso.

L’amico ritrovato

Così il figlio esplicita il pensiero del dottor Schwarz, medico (il che spiega la metafora clinica) tedesco di origine ebrea che vive a Stoccarda, ha combattuto come ufficiale nella Grande Guerra ed è stato insignito della Croce di Ferro di Prima Classe. Ed è l’incredulità nel confronti del montare della follia nazista uno dei temi principali di quel piccolo capolavoro che è L’amico ritrovato di Fred Uhlman: incredulità che si estrinseca ancora nelle parole del dottore che, indulgendo nelle metafore mediche, però argomenta anche «Lei crede sul serio che i compatrioti di Goethe e Schiller, di Kant e di Beethoven si lasceranno abbindolare da queste sciocchezze?» Ancora, ma questa volta a parlare è Hans, l’idea è che fosse assai più produttivo per dei sedicenni liceali «chiederci quale potesse essere la condizione umana in questo cosmo spaventoso ed incommensurabile. Questi sì che erano veri dilemmi, quesiti di valore eterno, assai più importanti per noi dell’esistenza di due personaggi ridicoli ed effimeri come Hitler e Mussolini».

Proprio da questo scotoma nasce il dramma, che da individuale si allarga fino a diventare mondiale, da questa incapacità di riconoscimento dapprima, dalla negazione dell’evidenza poi: e siccome vediamo ogni giorno, noi microscopici redattori di un portolano culturale, noi poveri e piccoli Richard, che la storia davvero non ha allievi, temiamo sommamente le Albe Dorate, le Casapound, gli sproloqui sulla razza padana folli quanto quelli sulla razza ariana di Herr Pompetzki, tutti coloro che si battono per negare parità di diritti agli altri, e con essi tutti coloro i quali auspicano la riapertura del forni crematori per risolvere il “problema” dei migranti (le parole sono cose: non dimentichiamo mai che nel lessico nazista gli ebrei erano a loro volta un “problema”, e l’attività nei lager era la “soluzione finale”, la tragicomica exterminazionen delle Sturmtruppen), noi temiamo sopra ogni cosa che il gioiellino di Uhlman passi da ancora attuale a nuovamente attuale.

Uscito negli USA nel 1971, L’amico ritrovato è a rigor di termini ancora piuttosto giovane per dirsi un grande classico: ma nessuno può lecitamente dubitare che, a parte il caso che si ricominci a bruciare i libri nelle piazze (cosa tutt’altro che impossibile) questa novella (troppo breve per dirsi romanzo, troppo lungo e strutturato per essere un racconto) continuerà ad essere divorata da milioni di lettori.
Anche perché in una ottantina di pagine scorrevolissime, Uhlman è riuscito a giostrare non solo il macrotema della follia nazista, quello dell’amicizia di livello superiore (Achille e Patroclo, Eurialo e Niso, i possibili riferimenti: «il mio bisogno di fiducia, di lealtà e di abnegazione… per cui avrei dato volentieri la vita»), e del passaggio dall’adolescenza all’età adulta («sapevamo che le cose erano ormai cambiate e che quell’episodio era la fine della nostra amicizia e dell’adolescenza»), ma molto altro ancora, in un’opera di formazione che presenta la formazione del protagonista ma auspicabilmente dovrebbe costituire una formazione anche per il lettore.

Il racconto dell’incontro al Karl Alexander Gymnasium di Hans Schwarz, mediocre studente figlio di un anonimo medico ebreo, e di Konradin von Hohenfels, brillante rampollo di una delle più antiche ed illustri famiglie di Germania, dell’ascesa e della caduta della loro amicizia a causa della differenza di classe e della sua tragica conclusione, infatti contiene, altre tematiche di peso: trattate in poche righe certo, giocoforza, ma in maniera assolutamente non superficiale.

L’amico ritrovato brulica di notazioni umanistichelo disprezzavamo perché era buono, gentile e aveva addosso l’odore dei poveri… anche la crudeltà codarda che i ragazzi in buona salute mostrano spesso nei confronti dei deboli, dei vecchi e degli indifesi» – sorprendentemente simile ad un verso di Masini), emotive interioriChi ero io per avere l’ardire di rivolgergli la parola?»), di psicologia evolutivaI giovani tra i 16 ed i 18 anni uniscono in sé un’innocenza soffusa di ingenuità… il bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata. Si tratta di una fase di breve durata che, tuttavia, per la sua stessa intensità e unicità, costituisce una delle esperienze più preziose della vita»), di teologiaMio padre… trovava blasfema e ripugnante l’idea di un Dio onnipotente che guardava suo figlio morire di una morte atroce, un padre divino che, al contrario di qualsiasi padre umano, non aveva sentito l’impulso di accorrere in soccorso del figlio… Riteneva che la vita monastica e contemplativa fosse irrazionale e sprecata»).

Fred Uhlman

Com’è facilmente intuibile, secondo la prospettiva delle centinaia e centinaia di volumi che sono stati scritti sul fenomeno nazista, le considerazioni teologiche sono fondamentali; Primo Levi dedusse la non esistenza di Dio dall’esistenza di Auschwitz: Ulhman ne L’amico ritrovato fa dire al protagonista nel “suo” 1933, quindi ben prima della realtà di Primo Levi, «Non restavano che due alternative: o Dio non c’era o era una divinità che era mostruosa nel caso fosse stata potente e inutile se non lo era».

Anche pittore, oltretutto, Ulhman inframezza la densità tematica e narrativa del racconto con brevi spazzi visivi; brevi ma intensissimi, in cui si lascia andare a descrizioni pittoriche appunto di incredibile vividezza, come all’incipit del capitolo 5; e d’altra parte, vi sono anche alcune gemme poetiche, citazioni liriche con una sensibilità di scelta che fanno sì che una composizione tedesca abbia almeno in un passaggio il sapore evocativo dell’Haiku.

L’amico ritrovato è però anche una storia di omosessualità: latente ma evidente nel caso di Hans e Konradin, latente ma palese e distruttiva a livello dell’intero fenomeno nazista. Il collegio, ovviamente, è solo maschile, le ragazze sono quasi esseri mitologici, superiori, di straordinaria purezza, coi ragazzi che compreso quelli che si vantavano delle loro avventure, erano piuttosto impauriti dalle loro coetanee. Il fenomeno nazista è però collettivo e irto di risvolti e, seppure il carico di frustrazione individuale del tedesco medio era enorme e imperniato su gangheri solidi (il rimpianto dei fasti del passato, il desiderio di rivalsa, l’educazione impartita dalla opprimente famiglia media – vedi La libertà di uccidere, ed. Rizzoli) ciò non basterebbe a spiegare il desiderio di morte e violenza nazista se non fosse partito dal fondo della scala evolutiva: Ma alcuni, soprattutto i meno brillanti, sostennero che le sue idee non erano del tutto prive di valore.

Una scena del film del 1989 diretto da Jerry Schatzberg

La relazione “pericolosa” tra Hans e Konradin invece ha uno sviluppo palese: Hans viene attratto dall’eleganza del nobile (che in generale costituisce segno di effeminatezza), si ritrova ad osservarlo («Studiavo il suo volto fiero, dai tratti finemente cesellati – Seguivo affascinato ogni suo gesto, la mano che passava sui capelli biondi»). Non a caso, Hans parla di “attrazione” per delineare il suo interesse per Konradin: poi, costretto ad arrovellarsi per la differenza di ceto su come diventargli amico, cosa non semplice in quanto Hohenfels aveva già rifiutato altre “profferte”, si chiede Cosa dovevo fare per conquistarlo? Così, mentre Hans e Konradin passeggiano “come fidanzati” e a volte  passano la notte in locande nei paesi limitrofi, il destino e le circostanze si apprestano a rovinare tutto: d’altronde, su ogni pagina grava lievemente l’ombra di una catastrofe non troppo lontana ed ineluttabile, la catastrofe storica parallela a quella personale («non sarebbe stato meglio evitare la pugnalata che, come ben sapevo con l’atavico istinto dei figli degli ebrei, di lì a poco mi sarebbe stata inferta al cuore?»); persino il nome del protagonista non è casuale e scevro di predestinazione, evocativo di un preciso parallelo con quel Corradino di Svevia che visse giovanissimo il proprio dramma di sovrano.

Teoricamente, L’amico ritrovato fa parte di una trilogia, in quanto insieme a Un’anima non vile e Niente resurrezioni, per favore forma la cosiddetta Trilogia del ritorno; i volumi successivi però non hanno raggiunto minimamente lo stesso grado di efficacia e di penetrazione presso il pubblico. D’altra parte, è ben difficile raggiungere il grado di estasi creativa che deve per forza aver portato alla stesura di quest’opera, specchio su esteriorità ed interiorità, sul passato ed il presente. Ed un occhio sul futuro:

Mio padre detestava il sionismo, che giudicava pura follia… era un proposito che avrebbe provocato solo immani spargimenti di sangue, perché gli ebrei si sarebbero scontrati con tutto il mondo arabo.

Conscio del peso della sua opera, Fred Uhlman disse, poco prima della morte, «Si può sopravvivere con un solo libro». Non possiamo che essere d’accordo.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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