Roman Polański: luci ed ombre del cinema d’autore

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Roman Polański: luci ed ombre del cinema d’autore

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Mia Farrow in una scena di “Rosemary’s Baby”

Quando si parla di Roman Polański, le luci e le ombre si avvicendano nella vita come sul grande schermo. Il famoso regista franco-polacco, premio Oscar nel 2003 come miglior film straniero con Il pianista, è infatti altrettanto celebre per una vita ricca di avvenimenti travagliati, con una trama che rasenta il film thriller.

Nato a Parigi il 18 agosto del 1933 da un artista polacco di origine ebrea e da una casalinga russa di famiglia ebraica, Rajmund Roman Thierry Polański conosce ben presto le dinamiche della Storia, che lo costringono a trasferirsi in Polonia nel 1936, dopo l’inasprimento delle posizioni antisemite in Francia. Anche a Cracovia tuttavia, la vita per il futuro regista non sembra semplificarsi: in seguito all’invasione nazista della Polonia, Roman e la sua famiglia vengono rinchiusi nel ghetto della città, dal quale egli riesce però a fuggire. La madre viene deportata nel campo di sterminio di Auschwitz, dove muore, mentre il padre riesce a sopravvivere al campo di concentramento di Mauthausen. Roman trova rifugio presso una famiglia di contadini cattolici sino alla liberazione dell’Armata Rossa e, al termine della guerra, intraprende gli studi di cinematografia a Łódź, diplomandosi nel 1959, anno in cui sposa anche la prima moglie Barbara Lass.

Polański debutta alla regia nel 1955 con Rower, un cortometraggio semi-autobiografico di cui è anche protagonista, mentre bisogna aspettare il 1962 per il primo lungometraggio, Il coltello nell’acqua. Primo film polacco di un certo livello che non tratta la tematica della guerra, l’opera contiene già molte delle tematiche oscure e claustrofobiche che avrebbero segnato la carriera successiva del giovane regista, oltre a un profondo pessimismo nei confronti delle relazioni umane. Non apprezzato dalla Polonia comunista a causa dell’assenza di redenzione sociale, il film gode però di un ampio successo commerciale e di critica nei cinema occidentali, sino ad ottenere la candidatura al premio Oscar al miglior film straniero, la prima nella carriera di Polański.

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Polanski e Sharon Tate

Nel 1963 il regista decide così di lasciare la Polonia per tornare a Parigi, scontrandosi però con la scarsa volontà dell’industria cinematografica francese a supportare un regista straniero (seppur nato in patria). Polański raggiunge così la Gran Bretagna, dove inizia una fruttuosa collaborazione con lo sceneggiatore francese Gérard Brach, realizzando tre importanti lungometraggi: Repulsione (1965), Cul-de-sac (1966) e Per favore non mordermi sul collo (1967).

Dopo questi tre successi, il regista franco-polacco arriva negli Stati Uniti, dove nel 1968 realizza uno dei suoi film più famosi, Rosemary’s Baby, basato sull’omonimo romanzo di Ira Levin con protagonisti Mia Farrow e John Cassavetes. Un film a metà strada tra il thriller e l’horror, racconta con toni cupi la storia di Rosemary, giovane e innocente donna, il cui marito concede che sia ingravidata dal diavolo in cambio di una carriera di successo. L’adattamento del romanzo per lo schermo vale al regista una seconda candidatura all’Oscar.

Dopo il successo del 1968 una tragedia degna di un film horror segna però la vita di Polański: il 9 agosto del 1969, mentre il regista si trova a Londra, la setta di Charles Manson fa irruzione nell’appartamento al 10050 di Cielo Drive, a Los Angeles dove Sharon Tate, la seconda moglie all’ottavo mese di gravidanza, si trova con alcuni amici. Lo scenario è degno di una scenografia cinematografia, la signora Polański e gli amici vengono brutalmente uccisi, l’attenzione mediatica verso l’omicidio è alle stelle. Il regista è ovviamente sconvolto dalla vicenda, riprende comunque a dirigere nel 1971, realizzando un cupo e violento adattamento della tragedia di Shakespeare Macbeth, con protagonista Jon Finch. Il grande successo ritorna però nel 1974 con Chinatown, una detective story con atmosfere fumose alla Raymond Chandler, magistralmente interpretata da Jack Nicholson e Faye Dunaway, che ottiene undici nomination all’Oscar.

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La locandina de “Il pianista”

Nonostante il successo americano, Roman Polański preferisce però abbandonare gli Stati Uniti, e nel 1976 è nuovamente in Francia, dove realizza opere di successo (Tess nel 1979 con Nastassja Kinski) ed altre che si rivelano dei flop (Pirati nel 1986 con Walter Matthau), e dove sposa la terza moglie Emmanuelle Seigner.

Gli anni Novanta e Duemila vedono poi per il tormentato regista un ritorno alle grandi produzioni: nel 1999 dirige Johnny Depp nel film La nona porta e nel 2002 gira Il pianista, con protagonista Adrien Brody, con il quale Polański ottiene la Palma d’oro al Festival di Cannes nel 2002 e l’Oscar nel 2003. Il film è basato sull’autobiografia del pianista ebreo-polacco Władysław Szpilman, che ha diversi punti in comune con la storia personale di Polański: anche lui infatti sopravvive ad un ghetto polacco e ai campi di concentramento, dove la sua famiglia perde invece la vita.

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Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric in “Venere in pelliccia” (2013)

La vittoria agli Oscar americani scatena però una nuova polemica su Polański: non potendo andare a Los Angeles a ritirare il premio di persona a causa del mandato di cattura pendente su di lui in seguito al lungo processo per accusa di molestie sessuali ai danni di una ragazza di 13 anni, il regista incarica Harrison Ford di ritirare la celebre statuetta durante la cerimonia. Le vicende giudiziarie di Roman Polański hanno infatti inizio nell’ormai lontano 1977 con le accuse mosse dalla tredicenne Samantha Geimer, e si concludono soltanto nel 2015, con un verdetto del tribunale di Cracovia che rifiuta l’estradizione negli Stati Uniti per il regista franco-polacco. Attualmente comunque Polański figura come ricercato dall’Interpol e non può per questo motivo fare ritorno in America.

La vita del regista di Rosemary’s Baby sembra quindi essere una lunga e cupa sceneggiatura, ricca di luci ed ombre, colpi di scena, grandi tragedie e grandi onorificenze. Roman Polański uomo racchiude in sé una grande Arte e un grande travaglio, e la sua leggenda “nera” continua a regalarci controverse opere sul grande schermo.

Marta Vassallo per MIfacciodiCultura

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