Perché visitare… Trieste, Mitteleuropa: a spasso nel tempo e per locali

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«Non ci siamo più rivisti, e questa città non è grande», chiude Fulvio Tomizza uno dei suoi migliori lavori, L’amicizia. Per chi conosce l’opera e la biografia dello scrittore di origini istriane, è immediatamente chiaro che la città in questione è Trieste.

tosoDovendo parlare del capoluogo giuliano, la tentazione è sempre quella di partire con una filippica storica-antropologica che parta dal ruolo di porto dell’Impero Austro-ungarico e arrivi alla mutilazione del Dopoguerra con la perdita dell’Istria. Solitamente, si prosegue con l’argomentare che il triestino, il cui spirito è inconfondibile e riconoscibilissimo da almeno due locuzioni (Viva là e po’ bon assieme all’esortativo ma senza acrimonia Và in mona), in realtà non esiste dal punto di vista etnico, è un concetto astratto, essendo composto da parti variabili di veneto, giuliano, dalmata, sloveno, croato, serbo, macedone, ungherese, cipriota, greco (Tu’ mare grega! è un’imprecazione che viene rivolta anch’essa con spirito lieve ad un interlocutore, il cui significato letterale è Tua madre greca!), austriaco e quant’altro.

E poi il calo demografico (da circa 260.000 abitanti nei primi anni ’80 ai 201.000 di oggi), il caffè, la psicanalisi, Joyce, La Coscienza di Zeno, il porto, la vicinanza con la Jugoslavia di Tito, il Carso alle spalle e il mare di fronte. E poi la Bora, ovviamente, patrimonio unico ed esclusivo.

Tutto questo, di solito, occupa spazi immensi di conversazione tra triestini e ospiti, ma anche tra triestini stessi, soprattutto se sistemati in uno dei tanti caffè storici o, a seconda del momento della giornata, in un buffet: già, perché come tutte le città con un passato, Trieste ha una quantità notevolissima di locali storici (tecnicamente, quei locali che vantano almeno 60 anni di anzianità di servizio & con arredi d’epoca di valore storico/artistico).

libreria sabaTrieste, locali storici e storiche botteghe (pagg. 135, Trart, 25€), di Roberta Radini, Serenella Dorigo e Federica Luser (rispettivamente fotografa, insegnante e storica dell’arte) costituisce un vademecum, una mappa del tesoro da due itinerari attraverso i quali scoprire 44 tra caffè, buffet e negozi di valore storico-artistico pressoché inestimabile: dall’Antro del Profumo che possiede bottiglie di colonia del 1938, alla Drogheria Toso con le sue spugne di mare in vetrina, dall’infilata dei caffè: degli Specchi – Tommaseo – Tergesteo – Pirona (dove Joyce iniziò l’Ulisse) – Cattaruzza (dove più prosaicamente Tinto Brass girò una scena di Paprika), appunto ai buffet dove spicca quel Pepi S’Ciavo che è stato recensito anche sul New York Times. Per quanto riguarda quest’ultimo, se ne sconsiglia vivamente la visione ai vegani: eccezion fatta per le melanzane e le zucchine impanate, il menù è rigidamente improntato alle proteine animali, tra cui spiccano il prosciutto caldo in crosta di pane con kren grattugiato, ed il carrello dei bolliti, che potrebbero suscitare notevoli incidenti diplomatici. Nemmeno la jota, mitica minestra di crauti e fagioli di sapore austroungarico, sfugge alla proteina, ché un ingrediente indispensabile è la pancetta affumicata.

piazza unitàL’aspetto più gradevole, e peculiare, della faccenda, è che tutto questo florilegio di storicità si trova in uno spazio tutto sommato contenuto, limitato al centro storico cittadino («e questa città non è grande»), per cui il tutto è raggiungibile all’esiguo costo di un paio di passeggiate o poco più, e non va dimenticato che Trieste possiede una delle più belle piazze d’Italia, piazza Unità, che circondata da palazzi di assoluto valore storico e architettonico si apre sul mare che dista non più di un cinquantina di metri.

La mia preferenza in valore assoluto va però alle librerie: Trieste ha una zona, proprio dietro piazza Unità e fino a piazza Hortis passando per il centro storico conosciuto come Cavana, che offre molti esempi di quegli esercizi commerciali che possono essere considerati l’anello di congiunzione tra rigattiere e antiquario. Inoltre, ci sono la Libreria Antiquaria Umberto Saba, che fu effettivamente del poeta che la acquistò nel 1919, e la Libreria Antiquaria di Achille Misan, e una serie di altre librerie dell’usato in cui, letteralmente, si può trovare di tutto.

Aggiungiamo che tra i locali storici Trieste annovera anche alcune pasticcerie, dove a prezzo di qualche euro e una permanenza definitiva nel girone dantesco dei Golosi è possibile degustare la Rigojancsi (ungherese), la Sacher (austriaca), la Dobos (austro-ungarica), la Ljubljana (evidente), il Presnitz e altro ancora, in un tour pro-diabete dal sapore mitteleuropeo.

Ma il sapore mitteleuropeo che si avverte a Trieste è reale?

rigojanIndubbiamente, la città vive più dei fasti del passato che nell’aggressività del presente, un po’ come una cantante lirica che non abbia più voce sufficiente a calcare le scene: ma la vocazione multietnica e culturale è reale e intatta. Tra millanta problematiche, farraginosità e difetti, Trieste conserva un fascino un po’ appassito che, ad un visitatore esterno impegnato in un giro per locali storici, non appare: ad esempio, è difficile che venga percepito il senso di revanchismo di una città che dal centro di un Impero si è trovata gradatamente spostata alla periferia di una Repubblica, con un disagio che si manifesta tuttora di desideri spuri, quali la riconquista di una indipendenza e la ricostituzione di un TLT, il Territorio Libero di Trieste del Dopoguerra.

Allo spettatore, al turista per caso o meno, invece, è difficile che sfugga una sorta di malinconia che avvolge Trieste, come una polvere di stelle ormai inefficace attorno ad una Grizabella che attende il giorno: una malinconia che fortunatamente per i triestini la Bora spazza via con veemente irregolarità.

Ma che lascia tracce: nella poesia di Umberto Saba ad esempio, che solo a Trieste, pensiamo, poteva scrivere:

C’è a Trieste una via dove mi specchio/nei lunghi giorni di chiusa tristezza/si chiama via del Lazzaretto Vecchio.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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