Paul Signac ed il seducente colore “scientifico” del Divisionismo

0 1.194

Paul Signac ed il seducente colore “scientifico” del Divisionismo

Georges Seurat, Ritratto di Paul Signac (1890)

Il nome di Paul Signac (Parigi, 11 novembre 1863 – Parigi, 15 agosto 1935) è legato indissolubilmente al Neoimpressionismo: fu lui il teorico del pointillisme, che nel suo saggio D’Eugène Delacroix au néo-impressionisme (1899), dedicato al maestro Seurat, definisce “cromo-luminarismo”, termine scelto per dare risalto a ciò che era il fine della tecnica puntinista, ovvero il colore esaltato al massimo livello.

Signac apparteneva ad una famiglia di commercianti e, dopo qualche anno di studio in architettura, si dedicò completamente alla pittura. Iniziò a dipingere come autodidatta, frequentando al contempo gli ambienti culturali parigini in cui si discuteva di pittura e dove entrò in contatto con gli impressionisti: amava le opere di Monet, che terrà sempre come punto di riferimento, ed iniziò una proficua amicizia con Pissarro. Queste frequentazioni furono fondamentali per la sua crescita artistica, perché gli amici impressionisti lo coinvolsero a tal punto che espose per la prima volta nel 1884 al Salon des artistes indépendants, opposto al Salon officiel dove i nuovi pittori non erano accolti, e fece parte di quel gruppo di artisti che fondarono poi la Société des artistes indépendants, di cui sarà anche presidente nel 1908. Fu in questo ambito che conobbe Georges Seurat: già interessato ai risvolti scientifici della pittura, sarà di Signac sodale e amico: insieme fonderanno il Neoimpressionismo e ne saranno grandissimi esponenti.

Femme se coiffant, 1892

Nel 1891 la morte di Seurat, a soli 30 anni, lo sconvolse e lasciò Parigi per stabilirsi sulle coste bretoni. Fu nella solitudine di quelle marine brulle che dipinse uno dei suoi capolavori, la Femme se coiffant. Negli anni la sua tecnica arrivò a maturazione: abbandonò gradualmente la pittura en plein air per l’acquerello e pian piano le pennellate si fecero più ampie. La pubblicazione del saggio sul Puntinismo meriterà l’ammirazione di gran parte della comunità artistica francese, compreso un giovane Matisse, e servirà anche da apripista per le avanguardie espressioniste e fauve, nonché da ispirazione per i divisionisti italiani. Tutti questi personaggi infatti sono accomunati dalla ricerca sul colore e sulla migliore tecnica da impiegare per esaltarlo. Background fondamentale da considerare per comprendere appieno le teorie divisioniste è ricordare che Signac e Seurat sono vissuti in piena epoca positivista: questo significava avere una fede incrollabile nella scienza e nel progresso, ma soprattutto affidarsi ad essa con la certezza di migliorare la situazione in ogni campo, anche in quello artistico. È proprio quello che i due vogliono fare, dare fondamento scientifico alla loro ricerca estetica, sicuri di poter avere un risultato notevole nell’impiego del colore, ed è ciò che ottengono.

Tre figure sono centrali nello sviluppo della teoria divisionista: Chevreul, chimico francese, von Helmholtz, fisiologo tedesco, e Rood, fisico americano. La concorrenza dei loro studi sulla percezione ha portato i due artisti a definire una regola per la pennellata.

La boa rossa, 1895

Michel Eugène Chevreul aveva pubblicato un saggio nel 1839 Loi du contraste simultané des couleurs appunto sul contrasto simultaneo: partendo dall’analisi di arazzi dai colori spenti, capì che il problema non era una questione chimica, ma ottica. La mancata brillantezza è infatti da imputare all’interazione visiva tra colori accostati tra loro: colori simili danno un effetto grigiastro, mentre quelli complementari si esaltano. Il fisiologo Hermann von Helmholtz invece nel Manuale di fisiologia ottica (1886, vol. 3) ipotizzò la teoria della combinazione additiva delle tinte: se per esempio accostiamo minime quantità di rosso e giallo, il nostro occhio vedrà arancione. Infine l’americano Ogden Rood in Modern Chromatics, with Applications to Art and Industry (1879), definito La Bibbia degli Impressionisti – anche se furono i divisionisti a servirsene –, codificò la regola della ricomposizione retinica, secondo cui con accostamenti minimi e non tratti unici si rende meglio l’idea di una figura, perché sarà l’occhio ad agire per ricomporla. Tutti questi scritti furono alla base delle discussioni tra Signac e Seurat, nonché loro guida scientifica per trovare la “giusta formula” per il colore perfetto: è con questi studi alle spalle che definirono la necessità di dipingere con tasselli di colore, che divennero sempre più piccoli fino a diventare puntini.

La boa rossa (1895) e Il palazzo dei papi (1900), entrambi quadri della maturità di Signac, esemplificano senza bisogno di altre parole l’uso inflessibile della tecnica. I puntini sottolineano l’andamento degli oggetti ritratti, per cui per il mare, ad esempio, i tratti sono orizzontali e per gli edifici verticali: nella Boa rossa c’è anche un riuscito effetto di mobilità, di leggerezza e nel Palazzo dei papi (in copertina) si percepisce l’atmosfera placida e quasi sognante dell’alba. Insomma la tecnica non è freddamente ed asetticamente applicata, ma invece è utilizzata consapevolmente per ottenere un risultato magnifico.

Chiara Buratti per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.