“Apocalypse Now”: dov’è la giustizia in un “Cuore di Tenebra”?

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Apocalypse Now: dov’è la giustizia in un Cuore di Tenebra?

Apocalypse Now: dov'è la giustizia in un Cuore di Tenebra?
Joseph Conrad

Apocalypse Now esce nelle sale americane il 15 agosto 1979. Per i giovani è subito un cult del genere bellico. La guerra del Vietnam agli occhi di Francis Ford Coppola è un’altalena di ipocrisia e follia, un lucido caos in cui ribollono letteratura, violenza e musica rock: non a caso il film fu un’impresa titanica dal punto di vista produttivo.

Il film viene presentato lo stesso anno al Festival di Cannes, dove si aggiudica la Palma d’Oro. L’anno seguente è la volta dei premi Oscar: Miglior fotografia a Vittorio Storaro e Miglior Sonoro a Walter Murch. Da lì la pellicola colleziona un riconoscimento dopo l’altro, dai BAFTA e i Golden Globes fino ai David di Donatello.

La storia inizia nel 1969, la guerra del Vietnam è al suo apice. Il soldato Benjamin Willard (Martin Sheen) è assegnato a una missione tanto urgente quanto delicata: porre fine al comando del colonnello disertore Walter E. Kurtz (Marlon Brando). Willard e i suoi compagni risalgono il fiume Nung fino al villaggio di Kurtz, nel cuore della foresta cambogiana. La nuova dimensione, asiatica, dell’Inferno dantesco: assistiamo ad una lenta discesa nell’orrore, circondati da anime dannate e allucinate.  

Apocalypse Now: dov'è la giustizia in un Cuore di Tenebra?
Marlon Brando (Kurtz) tra i bambini del villaggio

Coppola con Apocalypse Now rinnova il cinema bellico grazie alla letteratura, infatti l’ispirazione arriva da un classico: Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Il regista sposta il set dal cuore dell’Africa al primo fronte mediatico nella storia, raccontato tra l’altro da altri cineasti della New Hollywood come Oliver Stone, che de veterano del Vietnam gira Platoon nel 1986. Allora perché Apocalypse Now è così spiazzante?

Il mio film non è sul Vietnam… il mio film è il Vietnam.

Francis Ford Coppola

Apocalypse Now non è un film sulla guerra, ma sulla vita. Il cuore umano è il campo di battaglia, lo stesso cuore di tenebra di cui parla Conrad. Una lotta tra il Bene, la giustizia, e il Male, l’orrore. Ma l’unico vincitore sembra essere l’ipocrisia umana e in particolare quella americana:

Era un modo particolare che avevamo qui di vivere con noi stessi: li facevamo a brandelli con una mitragliatrice, poi gli davamo un cerotto.

Willard

Apocalypse Now: dov'è la giustizia in un Cuore di Tenebra?Tutti i dialoghi cardine della sceneggiatura mostrano questa dualità e la dimostrazione è che nessuno dei personaggi, per quanto animato da buone intenzioni, si possa salvare. La guerra rende legale l’illegale, incita a uccidere, dà ragione a chi si dimostra più spietato: qual’è il senso della giustizia? Chi può giudicare chi? Nessuno, ma chiunque ha il diritto di uccidere.

La fotografia gioca su colori caldi e cupi, gli arancioni carbonati e rossi sanguigni come fiamme infernali. Le atmosfere fumose danno un senso di claustrofobia con i loro toni acidi, dovuti alle esplosioni di Napalm e all’afa tropicale. Nella scena del monologo di Kurtz, Vittorio Storaro fa riferimento a Caravaggio e al mito della caverna di Platone. Le ombre sono simboliche: il regista le utilizza per definire i volti degli attori, con primi e primissimi piani a metà tra luce e oscurità. Si presentano così i personaggi di Coppola (cfr. Il Padrino): uomini duali in bilico tra il bene e il male.

Apocalypse Now: dov'è la giustizia in un Cuore di Tenebra?
Il colonnello Kilgore (Robert Duvall)

La musica giovanile degli anni Settanta, il rock, è scenografica, oggetto di un vero e proprio montaggio. Accelerazioni, dissolvenze e ralenti confondono i rumori con le note extradiegetiche. Lo scopo non è solo supportare il girato: i testi e i ritmi espandono la capacità evocativa delle immagini. Un esempio ultra citato è l’incipit dl film sulle note di The End by The Doors. Il piano statico della giungla è infranto da un’esplosione, Jim Morrison canta in sincrono con la deflagrazione, il ralenti allinea l’immagine al sonoro, enfatizzandola. Il volto di Martin Sheen appare in dissolvenza mentre gli alberi bruciano: è sottosopra, come sconvolto da qualche ricordo. Le pale degli elicotteri, da strumenti di percussione, diventano il rumore di un ventilatore in una stanza a Saigon. È stato tutto solo un sogno. O ricordare un incubo?

Margherita Montali per MIfacciodiCultura

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