Vivere di paura: elogio di sir Alfred Joseph Hitchcock

Vivere di paura: elogio di sir Alfred Joseph Hitchcock

alfred_hitchcock (1)Diamo per assunto che sia vera l’attribuzione ad Einstein della definizione di sé stesso «non ho mai pensato di essere particolarmente intelligente, sono solo appassionatamente curioso» e avremo la misura della grandezza di sir Alfred Hitchcock (Londra, 13 agosto 1899 – Los Angeles, 29 aprile 1980) per quanto riguarda la rigorosità del pensiero: anche Einstein oltre che sulla curiosità puntava sull’immaginazione e non v’è dubbio alcuno che Hitchcock affrontasse i problemi tecnici e quelli narrativi del suo cinema con la medesima curiosità di vedere dove la Storia lo avrebbe condotto e come la tecnica si sarebbe messa al suo servizio.

In un altro senso, personalmente amo stabilire un parallelo tra il regista inglese e Sigmund Freud (vi è psicoanalisi, letteralmente, in diversi titoli di Hitchcock, ma questa è un’altra storia), nel senso che su entrambi vi sono molti soloni che hanno l’ardire di criticare, minimizzare, sottovalutare. Una delle poche cose che il mio tempo mi ha insegnato è invece il concetto di prospettiva storica, che personalmente valuto in senso sia storiografico che umanistico: per tacer di Freud, a coloro i quali sottostimino l’opera di Hitchcock andrebbe replicato che, senza personalità di tale calibro la stragrande maggioranza dei registucoli d’oggi sarebbe a far girare dagherrotipi sulla Lanterna Magica.

Invece, fortunatamente, Alfred Hitchcock c’è stato.

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Janet Leigh nella celebre scena di “Psycho”

Nato a Londra nel 1899, Hitchcock ha diretto 23 film in Gran Bretagna e 30 negli Stati Uniti, di cui fu naturalizzato cittadino prima ancora di essere insignito del titolo di baronetto inglese: tra questi, annoveriamo capolavori assoluti quali La Finestra sul Cortile, Vertigo, La donna che visse due Volte, Psycho, Nodo alla Gola, Gli Uccelli – così, giusto per dare un assaggio dello spessore della filmografia hitchcockiana.

Finali aperti, finali chiusi, ruoli cammeo – tematiche fondamentali angoscia, sesso e morte: ai suoi film presero parte i grandi attori dell’epoca, da Cary Grant a Grace Kelly, da James Stewart a Anthony Perkins, fino all’amata per Tippi Hedren. Il maestro del Thriller, la magia della suspense, gli storyboard, i film sperimentali con i ciak costituiti da intere bobine, le inquadrature inimmaginabili, il MacGuffin, il sodalizio artistico con Bernard Herrmann, le apparizioni nei film, Alfred Hitchcock presenta, la silhouette disegnata da lui stesso, la Marcia funebre per una marionetta del compositore Charles Gounod, la scena della doccia che è entrata nell’immaginario mondiale, tanto da essere oggetto anche di parodie (vedi Mel Brooks): ognuno di questi aspetti, o temi che dir si voglia, potrebbe occupare un testo a sé stante, e per testo intendiamo dall’articolo al saggio, breve o in alcuni casi anche lungo, lunghissimo.

E molto altro.

tumblr_lf1aenWf1R1qa58bio1_500Talmente tanto altro, che è difficile persino quantificare l’influenza che Hitchcock ebbe ed ha tuttora sui “colleghi”, a partire da quella Nouvelle Vague che, con Éric Rohmer, Claude Chabrol, François Truffaut, Jean-Luc Godard, operò un grande lavoro di rivalutazione dell’opera hichcockiana in ambito critico: i loro film pullulano di citazioni dell’opera del maestro; per venire ad epoche più recenti, nell’ambito del giallo/noir, ad esempio Dario Argento e Brian De Palma i film di Hitchcock sono presi a modello (il bel Dressed to kill di de Palma ne è un esempio preclaro) Martin Scorsese, Quentin Tarantino, Steven Spielberg, Woody Allen, Ridley Scott, Tim Burton, per citarne solo alcuni; e a nostro giudizio, non si può non riscontrare un’influenza hitchcockiana (per tacer di Kubrick, ma anche questa è un’altra storia) nel geniale Christopher Nolan. Anche il molto criticato E venne il giorno di Night M. Shyamalan presenta tratti hitchcockiani, nella fattispecie rispetto a Gli Uccelli.

«Quando il critico indica il capolavoro, lo stolto cerca il cameo di sir Alfred Hitchcock»: se ci è consentita una scherzosa parafrasi, usiamola per chiarire che Hitch è stato visto ed interpretato nelle maniere più svariate; addirittura, le famose apparizioni finirono per diventare pressoché controproducenti secondo la visione del regista, poiché il pubblico era concentrato sul cogliere il momento in cui avrebbe fatto la sua comparsata: tanto che, ad un certo punto, decise di “comparire” nel film all’inizio, in modo tale da costringere/consentire il pubblico a seguire la trama.

Parlando di una personalità vulcanica come quella di Hitchcock è impossibile non divagare. Accade anche in un altro aspetto della sua vita/carriera che avremmo a buon titolo potuto inserire nell’elencazione delle tematiche: ossia, il grande libro-intervista Il Cinema Secondo Hitchcock derivato da una conversazione lunghissima sul cinema tra Hitchcock appunto e Francois Truffaut, imprescindibile per tutti gli amanti di Hitchcock, per i suoi detrattori, per i cinefili e per chiunque, in generale, ami i libri sinceri e ben scritti.

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Truffaut e Hitchcock

Perché quello che emerge da questa conversazione-fiume, che richiese due anni di lavoro da parte di Truffaut per essere sbobinata e elaborata, è che il cinema per Hitchcock era tutto (la cosa non è affatto scontata) e che portava sulla scena il proprio vissuto ed i propri demoni personali. Ci sono due pagine dell’edizione Pratiche Editrice del 1985 che sono mostruosamente esemplificative. Pagina 23 è la prima del capitolo 1, l’inizio assoluto: in una pagina, Hitchcock racconta di un episodio di quando aveva 4-5 anni, e suo padre lo fece rinchiudere senza motivo apparente e senza spiegazione in una cella del commissariato locale, dopo avercelo mandato da solo con una lettera: «Ecco cosa si fa ai bambini cattivi», gli disse poi il commissario: e in poche righe abbiamo la nascita del senso di smarrimento, di ineluttabilità degli avvenimenti, del fatto che la vita è in mano al caos e fuori dal nostro controllo –  tutte tematiche ricorrenti dell’opera del futuro regista.

Nella pagina precedente, alla fine dell’Introduzione, Truffaut spiega che classifica Hitchcock nella categoria degli artisti inquieti come Kafka, Dostoevskij, Poe; subito prima, cita il regista quando rispose ad un attacco moralistico (sic!) contro La Finestra sul Cortile:

Niente avrebbe potuto impedirmi di girare questo film perché il mio amore per il cinema è più forte di qualsiasi morale.

Ancora:

Il cinema di Alfred Hitchcock… arricchisce sempre, se non altro per la lucidità con cui denuncia le offese fatte dagli uomini alla bellezza e alla purezza.

hitchcock-1Hitchcock, forse, definì sé stesso «un assurdo tricheco vestito da uomo», ma di certo, definì sé stesso «tutto meno che espansivo. Guardavo, osservavo molto. Sono sempre stato così e continuo ad esserlo anche adesso. Anche molto solitario. Non ricordo di aver avuto mai un compagno di giochi. Mi divertivo tutto solo e inventavo io stesso i miei giochi».

Voglio la Marcia funebre per una marionetta come colonna sonora del mio funerale.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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By on agosto 13th, 2017 in Articoli Recenti, SCREENs

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