Ambrogio Fogar: una vita tra resistenza e sogno

Ambrogio Fogar: una vita tra resistenza e sogno

Dovremmo resistere / Dovremmo insistere / E starcene ancora su / Se fosse possibile / Toccando le nuvole

Daniele Silvestri, Acrobati

Ambrogio Fogar: una vita tra resistenza e sogno Secondo me, piacerebbe anche ad Ambrogio Fogar questa canzone di Daniele Silvestri, perché un po’ gli assomiglia. E in questo verso ci sono tutti (ma proprio tutti) gli ingredienti che hanno reso speciale la sua vita: la resistenza, l’insistenza, l’altezza – quella delle montagne che ha scalato, e poi le nuvole – quelle che ha solcato nei suoi voli, e poi la possibilità – quell’indomito senso di sfida che non l’ha mai abbandonato.

Resistenza e sogno per molto tempo hanno abitato insieme, sotto un paio di baffi sornioni e dentro a due occhi sorridenti pronti ad abbracciare la prossima sfida.

Ambrogio Fogar nasce a Milano il 13 agosto 1941, e nessuno mai avrebbe potuto leggere tra le linee della sua mano quanto straordinaria ed avventurosa sarebbe stata la sua vita.

Le Alpi innevate conobbero presto il suono sordo dei suoi passi sugli sci – a soli diciott’anni le attraversò per ben due volte. E anche le nuvole gli furono amiche – arrivò la passione per i lanci con il paracadute, e in uno dei suoi voli subì un grave incidente da cui si salvò solo per un miracolo. Inoltre, il mare non poteva mancare in un uomo che interpretò il rapporto con la natura in un modo così intimo e profondo. Non ebbe paura della solitudine sconfinata delle acque dell’Atlantico del Nord quando nel 1972 decise di attraversarlo, da solo e con una imbarcazione senza timone. E nemmeno quando partì con una barca a vela per fare il giro del mondo contro il favore del vento e delle stelle – un’esperienza unica che durò poco più di un anno, dal 1 novembre del 1973 al 7 dicembre 1974.

Ma una vita così spericolata e avventurosa non poteva essere priva di lacrime. E le lacrime arrivarono proprio sul mare, forse per quella curiosa mescolanza di acqua e di sale che li rende simili. Era il 1978 quando Surprise, la barca su cui si trovava in compagnia dell’amico giornalista Mauro Mancini, affonda al largo delle isole Folkland a causa dell’aggressione di un’orca. Ci vollero 74 giorni di navigazione su una zattera di fortuna per raggiungere la terra e mettersi in salvo. Mauro Mancini purtroppo non fece più ritorno. E fu solo il caso se la vita premiò ancora una volta lui.

Ma i veri avventurieri non hanno paura della morte, ma piuttosto di vivere sulla linea di confine tra il possibile e l’impossibile. Non sono funamboli, ma guerrieri coraggiosi, e il fuoco vivo che si portano dentro esige di scavalcare quella linea di separazione, che per noi gente comune è invece come un monito a non osare, a non andare oltre per rispettare il senso profondo della vita.

Ambrogio Fogar era un avventuriero, e quindi non si arrese alla tragica esperienza della Surprise. E così, di lì a poco lo avremmo trovato già in cammino, sulle spalle la sua solitudine e per amico il suo fido Armaduk, alla scoperta del Polo Nord. La televisione fece il resto, sugellando la sua notorietà. Chi non se lo ricorda Ambrogio Fogar in versione «Jonathan: dimensione avventura?». Per molto tempo e per una intera generazione quella trasmissione restò un appuntamento irrinunciabile con la bellezza e l’avventura.

Non fu la montagna, né il cielo e né il mare a interrompere la corsa avventurosa di Ambrogio Fogar. Ma fu la sabbia del deserto e l’aria secca che la accarezza: il 12 settembre del 1992 un grave incidente lo travolse nel raid automobilistico Parigi-Mosca-Pechino. I danni furono permanenti: paralisi degli arti inferiori e superiori e respirazione compromessa. Si apre da qui un nuovo capitolo della vita di Ambrogio Fogar. E l’avventura assume nuove sfumature per lasciare spazio a una nuance luminosa chiamata speranzaComincia la sua battaglia per promuovere i diritti dei disabili. E lo fa nell’unico modo di cui è capace: la sfida e l’avventura. È l’estate del 1997 quando, su una carrozzella basculante, compie il giro d’Italia in barca a vela. Operazione Speranza, questo il nome della sua ultima impresa.

Io resisto perché spero un giorno di riprendere a camminare, di alzarmi da questo letto con le mie gambe e di guardare il cielo.

In una vita vissuta ai limiti dell’impossibile, la speranza fu l’ultimo baluardo che Ambrogio Fogar non riuscì a superare. La vita gli negò, infatti, l’ultimo viaggio che avrebbe voluto fare in Cina per sottoporsi alle cure con le cellule fetali del neo-chirurgo Hongyun. Muore a Milano il 24 agosto 2005.

La sorte non gli concesse di guardare ancora una volta il cielo, ma oggi le sue avventure sono scritte tra le stelle: Ambrofogar Minor Planet 25301 è una stella che porta il suo nome e ci parla di un uomo che sfiorò quasi l’infinito tanto da assomigliare a un dio.

Antonella Fumarola per MIfacciodiCultura

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By on agosto 13th, 2017 in Articoli Recenti, History

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