12 agosto 1944: l’ultima alba di Sant’Anna di Stazzema

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È l’alba. Il cielo si sveglia piano piano e abbraccia il giorno con lentezza. Come tutti i risvegli nei mattini buoni d’estate, sulle Alpi Apuane il sole placido si prende il posto della luna e schiarisce senza fretta il profilo sinuoso delle montagne intorno. Nelle case c’è ancora silenzio e le lenzuola di cotone fresco insieme al buio proteggono il sonno dei bambini e delle madri stanche. Fuori la campagna è solitaria, l’aria è pungente, e solo si intravedono nella macchia verde-oro dei campi le sagome dei contadini già a lavoro, oppure quelle dei pastori che portano al pascolo le mucche e le pecore sotto i grandi alberi di castagno che grazie alle loro fronde generose permettono all’erba di crescere più folta anche nei periodi estivi più caldi. Era il 12 agosto 1944, il giorno in cui arrivò per l’ultima volta l’alba a Sant’Anna di Stazzema.

12 agosto 1944: l'ultima alba di Sant'Anna di Stazzema
La sepoltura nel 1944 delle vittime nel piazzale della chiesa in una fotografia conservata dal Museo storico della Resistenza di Stazzema

Dopo solo tre ore, infatti, questo piccolo paese della toscana sulle Alpi Apuane non c’era più, e il pezzo di umanità che lì viveva fu letteralmente cancellato. Il triste presagio si intuì presto, non appena il cielo cominciò a tingersi di rosso. I contadini delle campagne diedero subito l’allarme – stavano per venire giù i tedeschi! La voce corse rapida di casa in casa, infranse il silenzio delle prime ore del mattino e svegliò il sonno innocente dei bambini e degli anziani. Ma a nulla valse per quello che accadde dopo: 560 persone furono barbaramente trucidate, di cui 130 bambini.

I pochi superstiti che ebbero la fortuna di sopravvivere a quell’orrore, ma non al dolore che restò fisso nei loro occhi e nei loro cuori per tutto il resto della vita, raccontano di scene raccapriccianti: madri uccise senza pietà davanti ai propri figli, cervelli spappolati, ciechi inseguiti per essere finiti nel peggiore dei modi, donne impalate, feti lanciati per aria – anche i bambini venivano lanciati per aria e si provava a colpirli di precisione col mitra, come in un macabro gioco di tiro al bersaglio. E poi l’odore acre della carne bruciata. C’era un insopportabile odore di carne bruciata dappertutto nell’aria. Nei racconti di chi è sopravvissuto, c’è spazio solo per un filo sottile di luce.

«Non spaventatevi bambini mica ci uccidono, ci fanno una fotografia» – pare che una donnina abbia detto così davanti a un mitra puntato dritto dritto al suo cuore. Perché ai bambini non si può e non si deve raccontare la guerra, non c’è modo, nessuno sa come si fa. E viene così immediato ricordare La vita è bella di Roberto Benigni quando per il piccolo Giosuè la guerra diventa uno strano gioco. E poi c’è il rumore buono di quegli spari in aria, che si insinuarono tra le foglie dei castagni e si fecero strada per arrivare in cielo risparmiando così un gruppo di bambini. E non fu per caso se questo accadde, ma per volontà di un soldato tedesco che in quel momento scelse deliberatamente la vita alla morte.

Ma questi furono davvero lampi di luce, perché quello che le armate tedesche fecero a Sant’Anna di Stazzema durante il periodo dell’occupazione fu un vero e proprio eccidio compiuto in totale violazione dei diritti dell’uomo: una spedizione punitiva contro un intero paese accusato di dare manforte ed ospitalità ai partigiani. E per chi si ritrovò, vivo, a piangere i suoi morti, la giustizia fu un percorso lungo e faticoso. Agli inizi degli anni ’50 lo scenario geopolitico cambiò profondamente e si affacciò prepotente lo spettro della Guerra fredda. E così, l’alleato di un tempo – l’Unione Sovietica, divenne il nemico mentre il legame con la Germania rappresentò per la NATO una condizione necessaria per uscire vittoriosa da questa nuova guerra. Ma il prezzo da pagare fu alto: l’impunità per i criminali nazisti.

Miracolo a Sant’Anna (Spike Lee, 2008)

Fu per questo che scomparvero i fascicoli che raccoglievano le informazioni sulle indagini volte ad accertare fatti e responsabilità sugli efferati stermini di civili commessi dalle truppe naziste, e per oltre cinquant’anni il silenzio scese anche sulla strage di Sant’Anna di Stazzema. Solo nell’estate del 1994 ci fu la svolta. In un locale di Palazzo Cesi a Roma, sede della procura generale militare, venne rinvenuto il cosiddetto “armadio della vergogna”: aveva un lucchetto e le ante rivolte verso il muro, e conteneva centinaia e centinaia di fascicoli sui crimini nazisti compiuti in Italia e all’estero tra il 1944 e il 1945, tra cui anche quello consumato a Sant’Anna di Stazzema. Ma si dovrà attendere il 2007 per ottenere in Cassazione la condanna definitiva di tutti gli imputati – generali, ufficiali e marescialli delle SS, che, tuttavia, non varcheranno mai le porte del carcere perché tutti ultra-ottantenni. Ma quella sentenza attesa per così tanto tempo, rivestì per le famiglie e per il nostro Paese un eccezionale valore simbolico.

Ancora oggi Sant’Anna di Stazzema resta un luogo di silenzio, di dolore e di memoria, e il monumento-ossario con l’incisione dei nomi delle vittime è lì per ricordarci che da quel 12 agosto 1944 nessuna alba ci fu più in quel piccolo paese di montagna sulle Alpi apuane.

Antonella Fumarola per MIfacciodiCultura

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