I Grandi Classici – Novella degli Scacchi, il capolavoro di Stefan Zweig

Capita, a volte, che qualcosa o qualcuno si perda. Succede, alle persone e alle cose: capita anche agli oggetti d’arte, alle manifestazioni migliori dell’animo umano che vengono oscurate e sostituite da masse senza qualità. Così avviene anche in letteratura, dove leggiadre invenzioni della pagina scritta, fertili di poesia e concettive, vengano oscurate dal nulla pneumatico e veri scrittori vengano oscurati dagli scriba.

scacchi-1È un esercizio pleonastico, ma vien fatto di chiedersi  ove stia la ratio che vede estremamente facile procurarsi un romanzo di Sveva Casati Modignani, un boh di Fabio Volo o un mucchio di fogli firmati da Federica Pellegrini, e praticamente impossibile trovare un’opera di Stefan Zweig.

Carneade, chi era costui?, fa pensare il Manzoni a don Abbondio (pare attingendo a Sant’Agostino), che si interroga su chi fosse questo filosofo greco reputato minore: non diversamente, reputiamo, penserebbe chi si dovesse imbattere nel nome di Zweig (ad esempio in questo articolo). Eppure negli anni ’20 del secolo passato il Nostro (Vienna, 28 novembre 1881 – Petrópolis, 23 febbraio 1942) fu una specie di autore di best-seller, riuscendo a vendere di una singola opera di carattere biografico, ben 250.000 copie, nonché di varie traduzioni delle sue opere in ben 50 lingue.

Sic transit gloria mundi, possiamo anche accettare che il genere biografico, oggidì, sia caduto in disgrazia salvo strettissima attualità e preferibilmente occupandosi di personaggi inconsistenti come sportivi e youtuber (il Vasari ha fatto il suo tempo, insomma): ci riesce assai più difficile accettare che un gioiello come la Novella degli scacchi (1941) sia sconosciuto al grande pubblico, a quello medio e anche a quello piccolo, perché questo centinaio di pagine hanno tutto il piglio e la profondità che si dovrebbe richiedere ad un Grande Classico (seppure abbiamo visto che non sempre è così).

Novella degli ScacchiLa Novella degli scacchi fa incontrare i destini di Mirko Czentovič, figlio di un battelliere del Danubio e ragazzo con enormi problemi di acquisizione cognitiva, e del Dr. B. A dispetto dei suoi problemi, Czentovič è un campione di scacchi a livello mondiale, talento che ha mostrato sin dalla più tenera infanzia: capacità scacchistica, successo planetario, denaro e fama da un lato e problemi intellettuali (fino al quasi totale analfabetismo) dall’altro ne hanno forgiato il carattere in modo sgradevole: egli è chiuso, altezzoso, passivo/aggressivo, avido e misantropo.

Czentovič e B. (indicato solo da una iniziale, nella migliore tradizione della letteratura dell’Est tra Ottocento e inizio Novecento) incrociano i loro destini su un piroscafo diretto da New York a Buenos Aires. La “voce narrante”, narratore onnisciente in quanto ha vissuto in prima persona la vicenda, scopre l’identità dell’illustre passeggero ed organizza alcune partite a scacchi, che Czentovič accetta di giocare a pagamento. In una di queste, a narrazione inoltrata, fa la sua comparsa B., che riesce ad impattare un incontro col campione nonostante una situazione disperata. Segue un lungo intermezzo, il narratore cerca di convincere B. ad un incontro individuale con Czentovič. È solo allora che scopriamo qualcosa di B., o meglio della sua abilità scacchistica, ché di lui tutto ci rimane oscuro: ma scopriamo, in un racconto appassionato e angoscioso, che ha imparato gli scacchi durante un periodo di detenzione in mano alla Gestapo che sta attuando con lui un percorso di demolizione psicologica. B., però, trova fortuitamente un libro con la descrizione di 150 partite tra campioni: le impara a memoria e con ciò apprende a giocare a mente. Questa possibilità lo salva, ma lo fa precipitare anche in un circolo vizioso mentale in cui tutto il mondo sembra essere rappresentato dalle partite a scacchi mentali. Alla fine, B. accetta di giocare contro Czentovič: è la sua prima partita a scacchi contro un avversario reale ed è proprio contro il campione del mondo: against all odds, B. vince. Purtroppo, accetta la richiesta di rivincita, e la cosa lo fa ripiombare nell’antico stato di frenesia patologica.

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La trasposizione cinematografica del 1960 di “Novella degli scacchi” (Schachnovelle), in Italia si intitolerà “Scacco alla follia”

Zweig conosce personalmente Hermann Hesse, Auguste Rodin, Joyce, Roth, e intrattiene una vera e propria intensa amicizia con Sigmund Freud: filtrando una cultura vasta e appassionata, e una fertilità scrittoria notevolissima, riesce a scrivere decine di opere grazie anche alla scelta stilistica di un registro asciutto, scevro da vertiginose altezze ricercate, laddove però l’appartenenza alla scuola della Jung Wien trasforma la tendenza “a togliere” piuttosto che a definire la sua scrittura in qualcosa di estremamente preciso e corretto, brillante e scorrevole che raggiunge da sé punte di poeticità.

Come si diceva, il successo arriva a Zweig in maniera smaccata, il che gli crea attorno inutili dubbi di critica sulla profondità delle sue opere (la critica ha sempre la tendenza a considerare “profondo” quello che è semplicemente “illeggibile”); egli, dal canto suo, replica gestendo la propria fama con imbarazzato distacco, arrivando a rifiutare premi ed onorificenze.

Ma la Novella degli scacchi va al di là del successo di critica o pubblico. Scritta nel 1941, arriva dopo una lunga riflessione: già l’incontro tra Czentovič e B. avviene su un piroscafo, a lasciar traccia dell’idea di un racconto di viaggio. E viaggio è, ma interiore: vero è che la traversata marittima, soprattutto se valica Tropici e Equatore, è luogo-non-luogo, in cui trarre le conclusioni della propria esistenza e dell’indagare una possibilità di recupero in extremis. È anche campo di battaglia, la scacchiera, dura, violenta e strategica, uno scontro di forze e di volontà. Ma non tutti gli uomini escono bene da questi bilanci: nella novella, Zweig riprende anche il discorso affrontato nella sua autobiografia, stigmatizzando attraverso Czentovič l’avidità e la spietatezza di chi vive programmaticamente solo per denaro, essendo privo di qualsiasi aspirazione all’elevazione culturale.

Stefan Zweig
Stefan Zweig

Del resto, nel 1941 Zweig ha già fatto i conti con il suo ebraismo, ha visto crollare le proprie speranze in un’Europa bonificata dal nazismo, ha scritto la propria autobiografia dal titolo Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, ha visto bruciare i suoi libri in piazza, e soprattutto ha già dovuto rifugiarsi a Petrópolis, in Brasile. Dove per distrarsi gioca a scacchi. Il gioco più violento del mondo.

E dove, assieme alla moglie Lotte decide di suicidarsi ingerendo barbiturici, il 23 febbraio del 1942. Il giorno prima scrive «Abbiamo deciso, uniti nell’amore, di non lasciarci mai»; sul letto dove decide di chiudere i conti con una realtà sordida e raccapricciante, lascia un biglietto dove scrive «Saluto tutti i miei amici! Che dopo questa lunga notte possano vedere l’alba! Io che sono troppo impaziente, li precedo».

Alcuni, dicevamo, si perdono. Altri li perdiamo. In alcuni casi le due perdite si sommano.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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By on agosto 12th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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