L’arte, la società e l’angoscia: i graffiti di Jean-Michel Basquiat

L'arte, la società e l'angoscia: i graffiti di Jean-Michel BasquiatVolete la prova provata del fatto che vincere aiuta a vincere, stare bene aiuta a stare bene e fare arte aiuta a fare arte? Guardatevi un po’ di Jean-Michel Basquiat: compratevi dei testi ricchi di illustrazioni, possibilmente fatevi qualche poster ed appendetelo in bella vista.

E meditate.

Perché Jean-Michel Basquiat (New York, 22 dicembre 1960 – New York, 12 agosto 1988), writer e pittore, di motivi di meditazione ne dà a iosa: a partire dal chiedersi esattamente per quale motivo abbia avuto l’opportunità di studiare alla City-as-School a Manhattan, istituto per ragazzi dotati a cui non si addice il tradizionale metodo didattico. Le agiografie parlano di un interesse per la pittura manifestatosi già a quattro anni, novello Mozart della pittura, ma ci piacerebbe avere un euro per ogni bambino che a quattro anni manifesta amore per pastelli a cera e pennarelli, tanto più che a Basquiat l’spirazione quattrenne deriva dai cartoni animati.

L'arte, la società e l'angoscia: i graffiti di Jean-Michel BasquiatOrbene, la nostra convinzione che in altre circostanze il talento di Jean-Michel sarebbe stato tranquillamente ignorato, o addirittura ricondotto a più miti consigli (dopotutto, gli USA esportano democrazia e importano libertà di pensiero a colpi di Prozac in età prepuberale) è più che giustificata; parimenti, pensiamo che l’amore della madre per l’arte abbia avuto influenza in più di un senso: oltre ad accompagnare spesso il bambino al Brooklyn Museum, al Metropolitan Museum ed al MOMA, ed a fargli regali come il testo di anatomia Gray’s Anatomy di Henry Gray all’età di 7 anni, viene fatto di pensare che almeno inizialmente fu Matilde Andradas, statunitense di origini portoricane, a volere sempre volere fortissimamente volere che il figlio fosse considerato geniale e che si appassionasse all’arte. Il mondo dello sport è da sempre popolato da figure tristi, inquietanti, violente che esigono passione, dedizione, successo dai figli, genitori spesso narcisisti patologici dall’io debordante che fagocitano infanzia ed adolescenza dei ragazzi per vivere in seconda persona i successi a loro mancati, attribuendosene inconsciamente (o meno) i meriti come e più che se realizzati personalmente.

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Basquiat e Haring

Ovviamente, questo tipo di pressioni non è privo di conseguenze che vanno ben al di là dei successi ottenuti (se pure si vince, che è tutto da dimostrare: ma comunque quello che trapela sono i casi di successo agonistico, mentre non abbiamo certezze sulla mole enorme di casi di tali pressioni non coronate da successo alcuno); potremmo notare, ma ovviamente non abbiam dati certi sulle correlazioni che ipotizziamo, che a 7 anni i genitori di Jean-Michel divorziano, che a 15 anni il giovane scappa di casa e si dà al vagabondaggio e che dopo aver iniziato a frequentare la City-as-School matura la convinzione di avere talento, fondando un sodalizio artistico con Al Diaz (e altri), «giovane graffitista che operava sui muri della Jacob Riis, a Manhattan».

Per parafrasare Sigmund Freud, a volte un graffito è solo un graffito, ossia uno scarabocchio sul muro; o su una vecchia, scrostata e semimarcia porta, come appunto alcune tra le “opere d’arte” dell’esordio di Basquiat che abbiamo il dubbio onore di ammirare anche al MUDEC. Basquiat e Diaz costituiscono SAMO, insulso ed incompleto acronimo di Same Old Shit, e graffiteggiano sui muri di New York convinti di star creando arte.

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Dustheads, 1982

Basquiat inizia: inizia a frequentare City-as-School, inizia a farsi di LSD e droghe pesanti assieme a Diaz, inizia a pensarsi un artista, inizia a vivere con Madonna, a frequentare il Club 57 ed il Mudd Club, cosa che viene rilevata come fondamentale nella sua “formazione”: alla fine, quello che risulterà fondamentale sarà, come noto, l’incontro con Andy Warhol, che quattro anni dopo averlo conosciuto, nel 1983 lo farà sfondare nel mondo dell’arte newyorchese e mondiale. Per folle che possa sembrare, però, già nel 1981 Basquiat aveva partecipato ad una retrospettiva e critici di provata fama (qualsiasi cosa ciò possa voler significare veramente) parlando del suo “percorso artistico”.

All’età di 21 anni, per quanto talento un artista di qualsiasi settore possa avere, è fuori di dubbio che il percorso artistico si debba considerare appena avviato: ma il tempo e i fatti ci danno torto, Federica Pellegrini e Mauro Icardi oggi scrivono tranquillamente le proprie autobiografie, ed al confronto Basquiat era certamente Giotto – fermo restando che Cimabue non si basava per le sue scelte sugli stessi parametri di Warhol.

L'arte, la società e l'angoscia: i graffiti di Jean-Michel Basquiat
Warhol e Basquiat

Nondimeno, alla fine Jean-Michel Basquiat si rivela un grande artista, e la sua morte prematura a 27 anni è una perdita enorme: alla fine, tutta la convinzione, propria e dell’entourage, del valore artistico dell’uomo si traduce in opere di valore dell’artista. Certo, più di altri Basquiat ha bisogno di uno sforzo, perché l’impatto è quello che si ha con un imbrattamuri (quel che era originariamente), con un vandalo, con un cialtrone che scrive per impressionare qualche ragazzotta o i compagni della banda. Eppure, nelle macchie, nei volti scavati o tumefatti, nel tratto infantile che si fa via via più sicuro, nei disegni senza profondità né prospettiva, nelle parti anatomiche, nelle parole usate come cose materiali, nelle scene di violenza urbana disegnate come farebbe un bambino di tre anni (e non particolarmente dotato per il disegno), Basquiat raffigura un mondo: ed è un mondo interiore, certamente, fatto di ansia, paura, senso di inadeguatezza (anche il dover essere un genio a tutti i costi si paga, anche se magari lo sei veramente); di un giovane che si muove in un mondo freddo, caotico, affollato eppure solitario, indecifrabile, spaventoso. Ed è anche un modo esterno, oggettivo, fatto di suoni, rumori, sudore, sangue, sesso, tanfo, aria soffocante, mancanza di pace, rifugio, nido.

Come Jackson Pollock, Jean-Michel Basquiat racconta le proprie angosce, ma in più ritrae il Nostro Mondo Occidentale e lo fa prendendoci a pugni nello stomaco, mostrandoci cosa siamo e cosa siamo stati capaci di creare: un inferno. E come tante altre anime sanguinanti, ha smesso di raccontarcelo troppo presto.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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By on agosto 12th, 2017 in Articoli Recenti, Visual & Performing ARTs

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