Žižek, il filosofo pop tra social totalitari e uomini-robot

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Žižek, il filosofo pop tra social totalitari e uomini-robot

Žižek, il filosofo pop tra social totalitari e uomini-robot
Slavoj Žižek

Slavoj Žižek è stato inserito, qualche anno fa, tra i filosofi più influenti attualmente in vita. Il suo è un pensiero molto versatile, che spazia dall’idealismo tedesco, fino alla psicoanalisi lacaniana, trovando nella filosofia lo strumento rilevatore delle ideologie. Una sua caratteristica peculiare è quella di fare riferimento a simboli della cultura popolare contemporanea, come per esempio i film.

Il suo ultimo intervento, in una intervista al Corriere della Sera ha avuto come tema il web e il suo imperante relativismo, nonché il progresso della scienza e la paura dei robot. In questa intervista, però, Žižek sembra affermare un po’ banalmente che i social network creano dipendenza, che sono controllati da algoritmi, che alcune reti sono totalitarie. Queste asserzioni, per chi ha pratica con il meccanismo dei network e della rete, non sono più un mistero: anzi, all’opposto, sono qualcosa di veramente trasparente. Come lavorino gli algoritmi, un po’meno.

Žižek non è sui social perché non ha tempo, ma «a chi ci passa ore e ore farei fare lavori socialmente utili. Un’idea stalinista, ma meno totalitaria di certe reti social»: perciò dapprima afferma che farebbe fare ore e ore di lavori forzati a chi ci passa molto tempo, ma non nega che egli ci starebbe se avesse dei profili.

Alla domanda «È fantapolitica immaginare Mark Zuckerberg, il padre di Facebook, come campione anti-Trump?», il filosofo sloveno risponde che quello di Zuckerberg e degli altri imprenditori è il «capitalismo dal volto umano», interessato in maniera menzognera a demonizzare i nazionalismi e a interessarsi alle questioni del mondo, che però si comporterebbe alla stregua di regimi poco democratici.

I social netw0rk, quindi, secondo la sua visione, sembrano essere imposti chissà da quale entità meglio non identificata, piuttosto che delle piattaforme a cui è possibile aderire in maniera spontanea. Certo, l’inghippo starebbe nel senso di esclusione che porta il non essere sui social. Žižek non tiene conto, tuttavia, dei vanti che essi apportano alla comunità: il potenziamento della personalità, la possibilità di trovare partners, la creazione di gruppi e il mantenimento di amicizie, il gesto del donare e l’alto senso di condivisione che deriva dall’appartenere a un gruppo.

Žižek, il filosofo pop tra social totalitari e uomini-robotOvviamente, come sottolineato dallo studioso Riva, Facebook e simili hanno dei lati oscuri: essi possono portare a dei disfunzionamenti comportamentali, ad analfabetismo emotivo, a una identità fluida. Come ogni creazione umana, stando a ciò che dice la Arendt, anche i social divengono un mezzo che può creare dipendenza e senza cui sentiamo di non potere stare, andando a riplasmare il nostro concetto di realtà e di tempo, entrambi istantanei.

Continuando nell’intervista, si passa a parlare di fake news e di come esse non siano nate oggi, anzi proliferavano già durante la guerra fredda: «Oggi è solo aumentata la possibilità di produrle e diffonderle. La vera opposizione è tra modernità e relativismo». Fa dunque riferimento a due visioni differenti, quella della destra americana creazionista  e quella della sinistra decostruzionista, le quali sembrano mettere in discussione la scienza:

Penso alla destra creazionista americana che rifiuta Darwin e alla sinistra decostruzionista che vede ovunque il fascismo del potere e propone una visione relativistica; la prima nega la biologia, la seconda, in America Latina, equipara medicina e stregoneria. La scienza è unica, dobbiamo essere orgogliosi di questa invenzione dell’Occidente.

Avete letto qualcosa di urticante? Posso suggerirvi due elementi: la scienza è unica; la scienza come invenzione dell’Occidente. Per quanto riguarda il primo punto, si tratta di una visione abbastanza retrograda, che non tiene conto dei diversi sviluppi che le scienze hanno fatto: ogni disciplina , ogni ambito ha lottato per essere riconosciuto, anche all’interno della stessa fisica o biologia o chimica. La Scienza, con la S maiuscola, non esiste: a partire dalla seconda metà del ‘900 i vari Kuhn, Feyerabend, Lakatos e poi Shapin, hanno mostrato che non esiste una scienza pura, ma che ogni scienza ha una sua storia, ben radicata nel tempo, tanto da non poter più interpretare la scienza stessa come un semplice accumulo di teorie.

Žižek, il filosofo pop tra social totalitari e uomini-robotIn secondo luogo, la scienza non è una invenzione dell’Occidente: per esempio, dai papiri Rhind, Smith, Ebers, possiamo constatare come già presso gli Egizi ci fossero delle nozioni avanzati in alcuni campi come la medicina e la matematica, per non parlare di Babilonesi, Cinesi, Arabi. L’Occidente della Rivoluzione scientifica era ancora un Occidente che credeva all’alchimia, dove Newton passava il suo tempo a predire apocalissi e a cercare la pietra filosofale.

Infine, Žižek si rivela favorevole all’automazione e al rapporto tra uomo e robot, dichiarando che la dicotomia uomo/robot sia falsa: anzi dovremmo essere contenti di affrancarci dal lavoro, di poter avere più tempo libero e che in qualche modo le nostre vite sono già automatizzate.

Il rapporto uomo – robot è molto delicato e abbastanza incerto. Non possiamo prevedere ciò che sarà, ma siamo stati sufficientemente avvisati dai molti racconti di fantascienza di cosa può accadere se non gestiamo bene questa delicata relazione. Tuttavia, si può ragionare su ciò che l’automazione può portare: più tempo libero, ma ciò è dovuto a un minor impiego di personale, quindi a un maggior numero di disoccupati e un maggiore malcontento generale. Alcuni tipi di robot sono già anche in commercio, come quelli del sesso.

La dimensione tecnologica può rivelarsi un’arma a doppio taglio: da un lato potrà risolvere molti problemi, realizzando forse quell’ideale contemplativo aristotelico, dall’altro, tuttavia, Žižek non tiene conto di quella domanda che, secondo Heschel, dà senso alla vita umana: «sono io necessario?».

Edoardo Poli per MIfacciodiCultura

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