Jackson Pollock: la pittura dionisiaca della materia

Jackson Pollock: la pittura dionisiaca della materia

Jackson Pollock, Going West (1934-1935)

L’11 agosto 1956 il grande artista americano Paul Jackson Pollock moriva prematuramente in un incidente automobilistico a East Hampton, nel Long Island (USA). Un epilogo drammatico di una vita tormentata, ma vissuta all’insegna della pittura, con un’eredità artistica che ha dato tanto all’estetica americana del Secondo Dopoguerra.

Pollock nacque a Cody (Wyoming, USA) il 28 gennaio 1912, da una famiglia di contadini irlandesi e scozzesi, che per lavoro continuavano a spostarsi da una località all’altra della parte meridionale della West Coast. L’artista passò così un’infanzia travagliata nella quale però al contempo riuscì a scoprire la bellezza dei paesaggi naturali e, durante il soggiorno a Phoenix nel 1923, entrò  in contatto con dei nativi americani e scoprì i loro rituali spirituali. Tra questi rientravano anche le pitture figurative, che risultarono così il primo approccio di Pollock all’arte, conducendolo alla fine degli anni Venti a iscriversi alla Manual Arts High School di Los Angeles: qui apprese delle Avanguardie Storiche in Europa.

Pollock fu però espulso nel 1929 per motivi disciplinari. Fu aiutato dai suoi fratelli maggiori Charles e Sanf a trasferirsi a New York: nella città dell’East Coast Jackson si ritrovò a studiare all’Art Students League, finendo sotto l’ala protettrice di Thomas Hart Benton, un esponente del cosiddetto regionalismo. Questo stile dava voce alle zone rurali schiacciate dalla crisi del ’29 con un realismo iconografico mitigato da un leggero spirito naïfPollock ne venne molto influenzato, perché riteneva che questa pittura potesse rappresentare le angosce della società americana al cospetto dell’epoca moderna. Per tutti gli anni Trenta l’artista lavorò con Benton alla  creazione di murales: in questo modo incontrò diversi artisti messicani, come Diego Rivera e David Alfaro Siqueiros. Quest’ultimo lo fece entrare nel 1936 in un workshop sperimentale, in cui gli fece apprendere tecniche pittoriche eterodosse. Opera emblema di questo periodo è Going West (1934-1935).

Jackson Pollock, Mural (1943)

Nel frattempo Pollock viveva in uno stato di indigenza, in preda all’alcolismo, che lo portò tra il 1938 e il 1939 a chiedere aiuto a uno psicoanalista junghiano: questi gli suggerì di trovare nell’arte la cura al suo disagio esistenziale. Nello stesso periodo Pollock conobbe Lenore Krasner, l’unica donna della sua vita che gli diede pace e tranquillità e che credette sin dall’inizio nella sua creatività rivoluzionaria. Nel 1943 Pollock trovò lavoro come custode al Museum of Non-Objective Painting, ossia il futuro Guggenheim Museum. Fu qui che incontrò Peggy Guggenheim, che lo assunse subito a contratto e gli commissionò un dipinto, Mural (1943). Questa fu la vera opera spartiacque nella carriera di Pollock, con la quale passò dal simbolismo del primo periodo a un sostanziale astrattismo, con la rimozione di qualsivoglia figuratività.

Nello stesso periodo, Peggy Guggenheim comprò a Pollock e a Krasner una fattoria nel Long Island, dove si trasferirono per poi sposarsi nel 1945. Qui l’artista poté darsi appieno alla pittura, lontano dalle tensioni e dai rumori cittadini, arrivando alla maturità estetica: prelevando la concezione cubista dello spazio e il concetto surrealista di automatismo, Pollock creò una “pittura per la pittura”. Essa si basava sulla tecnica del dripping, che consisteva nel posare la tela sul pavimento e far sgocciolare, spruzzare e colare liberamente le tinte di colore. Il fulcro della sua estetica non era dunque il risultato dell’atto pittorico, ma il processo in sé: non a caso il critico Harold Rosenberg parlò di action painting. Simbolo di questa trasformazione è l’opera Number 1A (1948), che espose in una mostra al MOMA di New York (dov’è ancora oggi). Ciò lo portò alla ribalta internazionale: la sua carica rivoluzionaria sconvolse la critica americana ed europea, superando l’esperienza delle Avanguardie Storiche e volgendo verso l’informalismo e l’astrattismo. Non a caso, in quegli anni il critico del New Yorker Robert Coates coniò il termine espressionismo astratto per riferirsi alla cifra stilistica di Pollock e di altri artisti di New York del tempo. Infatti la sua pittura andava a giocare con lo spazio identificandosi pienamente con esso, trascendendo la figuratività tradizionale e dando espressione “dionisicamente” alla materia fermentante e magmatica e alle tensioni degli Stati Uniti del tempo.

Jackson Pollock, Number 1A (1948)

Ciononostante, il maggiore successo fece ricadere Pollock nell’alcolismo, rovinandogli la reputazione in varie gallerie con cui collaborava. Nel 1956 sua moglie Krasner si allontanò e l’artista cominciò a frequentare un’altra donna, Ruth Kligman. Questo fino alla notte dell’11 agosto, in cui morì in un fatale incidente automobilistico. Come accadde per altri artisti, come Van Gogh, la morte prematura accrebbe la fama di Pollock, il quale diventò in breve tempo una figura di riferimento per l’arte degli anni Sessanta.

Una figura simbolo dell’arte contemporanea americana.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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By on agosto 11th, 2017 in Articoli Recenti, Visual & Performing ARTs

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