Acquario di Genova: un tuffo nell’abisso delle nostre coscienze

Dovevo vederlo. Sì, passavo per Genova e mi sono decisa: volevo poter vedere anch’io il famoso Acquario di Genova, il più grande acquario d’Italia e secondo in Europa. Tanto decantato come attrattiva turistica, volevo provare l’emozione di trovarmi a pochi centimetri da uno squalo, senza temere per la propria vita, per esempio. Questa e altre banalità emotive da turista medio (lo ammetto) mi hanno fatto entrare nel mondo (finto) degli animali di quell’Acquario con la A maiuscola.

Dopo le prime vere nuove emozioni nell’ammirare da così vicino tante creature marine mai viste prima, una profonda tristezza mi ha assalito dentro, vasca dopo vasca. Il dispiacere, il senso di ingiustizia, il disgusto per quello che l’umano spesso deturpa, in maniera sempre più brutale, mi ha avviluppato in un vortice di pensieri. Ho incominciato a guardare negli occhi quegli animali, a studiarne i movimenti ripetitivi fino alla paranoia, a provare a chiedermi se davvero quello fosse il posto dove noi umani potessimo imparare qualcosa sulla vita marina e le sue creature.

La prima, crudele, risposta mi è arrivata alla vasca del “magico mondo” dei pinguini. Animali tra i più belli che esistano, lì avevano assunto ciascuno sembianze da peluche robotizzato. Triste. E disilluso in un mondo che non gli apparteneva. In un mondo finto. In una vita di plastica. Mi continuavo a ripetere che non fosse possibile percepire quei sentimenti. Che mi stavo suggestionando e che non potevano loro rendersi conto davvero di dove fossero stati rinchiusi. Tornavo di continuo a leggere il dépliant dell’Acquario. Le spiegazioni su come venisse tutelato il benessere degli animali in quello pseudoambiente naturale in cui alcuni specialisti ogni giorno si prendevano cura di quelle creature e davano loro “tutto il necessario”. Già, il necessario. Ma il necessario secondo chi? Il necessario da quale punto di vista? I dubbi, ansimanti di risposte, di nuovo, avevano ripreso a ruminare punti interrogativi affamati di risposte nella mia testa, fino a quando, improvvisamente, le urla di un bambino li hanno interrotti. Davanti a me una piccola testolina riccia, all’altezza del mio ginocchio, bussava violentemente al vetro della vasca dei pinguini e gli urlava di saltare, di tuffarsi in acqua e venire da lui.

– “Dai vieni Skypper! Ti ho detto di venire qui! Mamma, diglielo anche tu! Non vuole venire.”

– ” Luca, Skypper magari oggi è stanco. Non ha voglia. Guarda quest’altro che nuota qui, vieni a vedere…”

Non ho fatto neanche in tempo a chiedermi chi fosse  Skypper che ecco la risposta: un gruppo di ragazzini tra gli 8 e i 10 anni, seguiti ad una certa distanza da genitori e parenti, hanno urlato venendo incontro alla vasca:

“I pinguini di Madagascaaaaaaaaaaaaaaaar!”.

Ecco, i “Pinguini di Madagascar”, il cartone animato. Ecco chi era Skypper. E anche qui inviti non lievi a saltare e tuffarsi venivano rivolti con fiera decisione dalle piccole mani sulla vasca, bussando forte alle pareti di quel mondo di plastica.

Da allora non ho più smesso di guardare negli occhi gli animali di fronte a me. E ho cominciato seriamente a sentirmi in colpa. Facevo parte degli umani che li avevano rinchiusi lì dentro. Mi veniva in mente, in contrappunto, il film straordinario “La marcia dei pinguini”, in cui, in maniera poetica, veniva raccontata, documentandola, la vita di questi esseri meravigliosi. La loro fedeltà di coppia. La capacità di generare amore e cura verso i propri cuccioli e responsabilità e spirito di sacrificio. E gioia. Tra gli animali più gioiosi e giocosi che esistano. La gioia. Dov’era quella gioia ora per quei poveri pinguini di fronte a me?

Pinguini nel mondo artefatto dell’Acquario di Genova

E così posso dire per quello che ho visto dopo: i delfini. Chiusi in una piscina nemmeno così grande, a girare e rigirarsi e saltare qua e là, senza neanche tanto slancio.

Ogni vasca da lì in poi è stata sempre più triste, dentro di me. Volevo andar via. Staccarmi da quello spettacolo di insipienza umana trabordante. Ma non serviva scappare: ero complice, avevo anch’io desiderato entrare nella vita di quegli animali, senza fare fatica. Guardarli negli occhi a pochi centimetri da me. Al mio servizio. Nel mio mondo. Non nel loro.

Di animali marini (e non) ne ho visti tanti, tantissimi nell’Acquario di Genova. Ma, perdonatemi la franchezza, il mio non è una recensione dell’Acquario. Non descriverò quantitativamente ciò che vi è all’interno. Vuole essere, piuttosto, uno sfogo qualitativo su ciò che ho visto e spero che in tal senso possa essere letto e servire a far riflettere.

Ho visto anche una tartaruga centenaria. Una tartaruga enorme. Una tartaruga africana. E mi è venuto in mente Morla, l’essere millenario de “la Storia Infinita” (Film di Wolfgang Petersen del 1984, ispirato al romanzo omonimo di Michael Ende): la tartaruga gigante che, non a caso, appare al protagonista Atreiu ai confini della Palude della Tristezza. Ecco, ero così giunta alla fine di quel viaggio, in una profonda tristezza. E quella tartaruga di fronte a me sembrava in una paranoia impazzita. Sotto delle terribili luci al neon.

Acquario di Genova: un tuffo nell'abisso delle nostre coscienze

Continuava a ripetere quel misero percorso di pochi metri quadrati senza senso. Senza meta. Senza obiettivo. Glielo avevamo tolto noi, umani. Noi. Noi che crediamo di poter conoscere ciò che è giusto anche per chi umano non è. Noi che crediamo di educare i nostri bambini attraverso la sottrazione di animali dal proprio mondo di riferimento. Quando, invece, potremmo tranquillamente educarli mostrando documentari rispettosi dell’habitat naturale di quelle creature e, magari, creare un mondo in 3d senza bisogno di negare libertà ad altri esseri viventi. Perchè, se davvero provassimo a guardare con il cuore, riconosceremmo qualcosa di dissonante tra ciò che vediamo in quelle vasche e ciò che sentiamo bussare vigorosamente alla nostra coscienza: quel grido di voglia vivere (e non sopravvivere) suggeritaci dagli occhi di quelle creature meravigliose.

Si dice anche che alcuni animali siano esemplari trovati feriti e siano stati curati e accuditi. Ma, ad ogni modo, non mi torna l’intento di tenerli lì in esposizione come triste attrattiva circense per il divertimento e la curiosità umana.

Il 20 agosto ci sarà a Genova una manifestazione degli animalisti per far riflettere sulla non-vita a cui sono costretti questi animali nell’Acquario. Dopo tutto quello che ho provato di fronte a quel mondo marino, terribilmente finto, in cui i personaggi erano invece tristemente vivi, mi sento di essere solidale con questa manifestazione e invito chi è di Genova e zone limitrofe a partecipare.

Forse un giorno la nostra coscienza riemergerà dagli abissi in cui è sprofondata.

Con fiducia.

Valentina Ferrario

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By on agosto 10th, 2017 in Articoli Recenti, L'Editoriale, Valentina Ferrario

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