“Da dove la vita è perfetta” di Silvia Avallone: non solo questioni di pancia

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Da dove la vita è perfetta di Silvia Avallone: non solo questioni di pancia

Da dove la vita è perfetta di Silvia Avallone: non solo questioni di panciaSilvia Avallone, classe 1984, scrittrice di origini piemontesi ma bolognese d’adozione, sceglie ancora l’atmosfera delle periferie per il suo nuovo romanzo, intitolato Da dove la vita è perfetta, edito da Rizzoli, nelle librerie dallo scorso marzo. Dopo Acciaio (romanzo d’esordio nel 2010 per cui l’autrice si era meritata il Premio Campiello – Opera Prima e il secondo posto al Premio Strega) e Marina Bellezza, la terza storia di Silvia Avallone è un’altra storia forte, densa di prospettive, ricca di personaggi che amano e odiano contemporaneamente e che a loro volta dal lettore stesso si fanno amare e detestare allo stesso tempo. Le periferie, appunto, sono di nuovo il luogo privilegiato per mettere in luce sentimenti e vicende contrastanti, che lasciano spazio tanto alla cruda realtà quanto all’emozione. I casermoni di Piombino, le colline di Biella vengono lasciati alle spalle: questa volta è Bologna l’ambientazione d’elezione. Ma non semplicemente l’antica città universitaria dal centro storico spaziale, piuttosto quella marginale, degradata e monotona, un po’ vera e un po’ inventata, accentuata sulla scia caratteriale di chi la abita.

Al di là della periferia, l’opera di Silvia Avallone ha il merito di aver trattato il tema della maternità in una maniera intensa, toccante, e viscerale sembra essere l’aggettivo migliore per descrivere un legame indissolubile, che genera vita e fa sentire completi. La maternità è vista da ruoli opposti, da chi la vive a chi la subisce, passando per coloro a cui è negata o da cui è rifiutata. Sono le emozioni a divincolarsi all’interno della pancia, sono i tormenti più grandi a non lasciare in pace il corpo. Non casualmente, l’autrice ha affermato di aver avuto l’ispirazione per questo romanzo proprio mentre affrontava la sua prima gravidanza: sensazioni inedite trasferite dalla pelle alla carta.

Al Villaggio Labriola ci sono solo i Lombriconi: case popolari, strette, alte, soffocanti, dove la privacy non esiste, dove ogni rumore proprio è anche quello del vicino. Qui vivono adolescenti, giovani, figli e genitori che si sono costruiti un mondo a sé.  Vivono Adele, Zeno, Manuel, Jessica, Rosaria, Claudia che non conoscono quasi nient’altro al di fuori di quel quartiere. Per loro, fisicamente, la vita è lì, tra quattro mura, trascorsa ad aspettare telefonate che non arrivano mai, a scrivere nascosti nell’antro buio della propria camera, a ricordare dolori indicibili, a isolarsi con le cuffie alle orecchie, a guardare i programmi del pomeriggio di Barbara D’Urso.

Ognuno di loro spesso finge di essere altrove, di essere nato in luogo lontano e sconosciuto, eppure un attimo dopo si accorge che la realtà non potrà mai essere diversa da quella che è. Nella desolazione, nel fallimento, nell’ostinarsi a credere perché le disgrazie sembrano essere andate a cercare proprio loro. Nonostante questo, un barlume di speranza, una scintilla che permette di vedere un’alternativa non sono negati. Almeno, per chi è pronto a scegliere, per chi ha il coraggio di lottare, per chi anche all’ultimo secondo è capace di cambiare idea, una via d’uscita è concessa. Al di là della fatica che costa, al di là dell’incredulità provata.

Da dove la vita è perfetta di Silvia Avallone: non solo questioni di panciaIn una Bologna per bene, invece, vivono Dora e Fabio. Le vite degli uni così si contrappongono a quelle degli altri. Quelle in cui tutto non ha senso e quelle in cui tutto dovrebbe sempre averne uno. È in questo modo che le vicende di Adele, Dora e Fabio si incontrano e si intrecciano, scambiando percorsi che sono prigione e rinascita contemporaneamente. Adele quando rimane incinta ha solo diciassette anni. Dora, al contrario, di anni ne ha trenta, ma non si è mai vista allo specchio con la pancia. Manuel fugge, si disinteressa non appena scopre che la sua ragazzina aspetta un figlio. Fabio, invece, sarebbe disposto a qualunque cosa pur di alleviare, se non terminare, attese e cure mediche che non sopporta più e di cui non capisce l’utilità.

Adele vede il suo corpo cambiare, piange, grida, si strugge, si isola, eppure si commuove. Capisce che niente sarà più come prima, capisce che quel poco che le era rimasto le è stato sottratto. Ma soprattutto capisce che è facile, una volta fatto un errore, commetterne un altro, magari anche più grave. Così che arriva Zeno. O meglio, interviene, per aiutarla a riflettere che gioia e dolore veramente sono condivisibili se si sta dalla stessa parte. Non quella di chi perde o vince. Semplicemente da quella di chi impara a scegliere. Zeno, infatti, non arriva, proprio perché c’è sempre stato, anche se nascosto dietro la pagina bianca di un computer, dietro le tende delle finestre, dietro la porta ad ogni sussurro. Ed è suo il solo personaggio che, tra tutti i drammi umani, riesce a tirare le fila di una vita che prova ad andare oltre, a sognare più in là di un maledetto muro, magari sedendosi su una panchina e cercando lontano un punto da dove, sì, la vita è perfetta. E nel caso la ragione faccia storie, sicuramente la pancia, quella sì, se ne sarà accorta subito se la vita è perfetta, così da raccontare una storia nuova, che non appartiene a nessun altro, come la piccola Bianca, perché lei è un inizio diverso.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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