L’Opera d’Arte che non smette di Significare: un viaggio nell’Anima

Esistono due modi per non apprezzare l’Arte.
Il primo consiste nel non apprezzarla.
Il secondo nell’apprezzarla con razionalità

Oscar Wilde

Fuga, 1914 – Wassily Kandinsky

L’arte ha il potere di parlare senza emettere suoni. L’opera d’arte ci regala uno spazio accanto ad essa per metterci comodi e riflettere. A partire da un quadro possiamo viaggiare con la mente. A partire da un’opera d’arte possiamo ritrovare noi stessi e perderci tra i colori in cui incontrare l’umanità. Grazie al valore educativo dell’arte possiamo diventare migliori di ciò che siamo.

L’arte significa da sola, senza spiegazioni.

L’artista dona al mondo un’opera che da lì inizierà la propria vita, senza rendersi conto del chiasso che può generare in un animo sensibile.
Un difetto dell’uomo è l’arroganza di sapere: spesso inciampiamo nell’illusione che conoscere un’opera d’arte equivalga a saperla collocare con esattezza nel periodo storico, sapere a chi appartiene e quale scopo abbia spinto a ritrarre una cosa piuttosto che un’altra. Queste sono tutte nozioni utili, ma per apprezzare a fondo un’opera d’arte bisogna lasciarci penetrare da ogni singola parte di essa.

L’arte ha il potere di scombussolare il cuore, ma affinché ciò avvenga, l’osservatore non deve lasciarsi oscurare dai dogmatismi in cui è immerso, in cui siamo tutti immersi, deve avere il coraggio di mettersi in discussione. L’arte ha un effetto catartico quando ci si lascia guidare dall’opera e non dalla convinzione che ciò che sappiamo basta e avanza. Per permettere la catarsi, dobbiamo uscire da noi stessi, cosa che spesso non facciamo in quanto vivere passivamente è più sicuro: l’uscita da noi stessi è pericolosa.

Quando ci accontentiamo della nozione che troviamo su Internet o sui libri di scuola, mettiamo un freno a noi e all’opera stessa. Dopo lo studio deve esserci pratica: il pensiero critico è la chiave di volta per non accontentarci e chiedere di più quando guardiamo un quadro, andare al di là dell’esteriorità e della sua superficie. Apprezzare una creazione vuol dire abbandonare la convinzione della nostra onniscienza. Apprezzare l’arte vuol dire tornare bambini e guardare con curiosità e vuol dire essere d’improvviso vecchi e saggi e con la vita vissuta che insegna.

Il mondo quotidiano a volte può essere una prigione, e il ruolo che indossiamo altrettanto; l’arte può essere un buon modo per evadere da chi si è esteriormente e diventare la nostra vera essenza.

L’arte Significa da sé, senza bisogno di parole.
L’arte Significa più dell’interpretazione scientifica che le si può dare.
L’arte racchiude un’esistenza propria quando si fa opera.
L’arte È.

Un esempio di quanto un quadro può non smettere di significare solo ciò che si può trarre dai manuali è quello di Van Gogh, il Postino (1888). Sia Heidegger che Romano Guardini nelle conferenze Sull’origine dell’opera d’arte (rispettivamente nel 1935 e 1947) prendono ad esempio quest’artista spingendo l’osservatore ad «entrare nell’opera» che ha la capacità sempre di comunicare qualcosa. Per entrambi l’opera d’arte in generale, e nello specifico quella di Van Gogh è una lotta esistenziale per l’artista, che entra nella parte più «debole» della cosa, non è colui che si limita a descriverla, ma con l’artista, la cosa si fa esistenza, descrivendo la fragilità umana e aiutando l’uomo a divenire ciò che dovrebbe essere.

Come già detto, il pensiero critico è ciò che ci consente di andare al di là, penetrando le verità più recondite. Per una conoscenza da manuale ci occorre dire che questo quadro ritrae il postino di Arles, Joseph Roulin che fu paragonato da Van Gogh (in una lettera al fratello Theo) a Socrate. Fece sei dipinti di quest’uomo che aveva il “ruolo” di consegnare notizie, belle e brutte, e quindi questo potrebbe dare un senso al suo sguardo calmo e triste al contempo.

Pablo Picasso, La Loge (1921)

Per l’animo questa conoscenza basta? Basta il significato e non l’essenza per dire di aver incontrato l’opera d’arte? L’animo umano ha bisogno di essere scombussolato, altrimenti è come se non avesse vissuto, ecco perché c’è la necessità che la conoscenza si sposi con il pensiero critico. Incontrando quest’opera possiamo incontrare il «dramma dell’uomo». La lotta di Van Gogh è una lotta con i colori: si può notare infatti come il contorno della giacca, della divisa sia marcata rispetto alle mani e al volto che non hanno contorni.

Non è forse l’uomo prigioniero del ruolo che ha?

Potremo quindi vedere le mani (intese come creatività) e il volto (e quindi l’intelletto) come dei mezzi che permettano all’uomo di uscire da sé?

Il colore dice dove risiede la libertà dell’uomo: nell’essere creativo e nell’utilizzare l’intelletto.

L’opera d’arte ci deve ferire per poi purificarci. Facendoci trasportare dall’opera d’arte possiamo vedere l’attualità di uno sguardo: un ruolo che ci intrappola, che non ci fa essere ciò che vogliamo e quindi ci fa scivolare via la leggerezza. Allo stesso tempo la libertà espressa dalle mani e dal volto ci fanno accarezzare la speranza che possiamo essere noi anche se abbiamo la necessità di vestire un ruolo.

Non dobbiamo mai abbandonare la capacità di farci trasportare quando osserviamo un quadro, leggiamo un libro, contempliamo un tramonto. Non dobbiamo perdere la capacità di farci emozionare, di esercitare sempre un pensiero critico affinché tutto ciò che colpisca gli occhi, colpisca anche il cuore, non lasciandoci così alla mercé del mondo che ci vuole passivi di fronte le meraviglie dell’arte sotto tutte le sue forme.

Vanessa Romani per MIfacciodiCultura

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By on agosto 5th, 2017 in Articoli Recenti, Visual & Performing ARTs

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