Hans Christian Andersen: quando le fiabe non sono quello che sembrano

Hans Christian Andersen: quando le fiabe non sono quello che sembrano

Hans Christian Andersen: quando le fiabe non sono quello che sembrano
Il brutto anatroccolo

Hans Christian Andersen (Odense, 2 aprile 1805 – Copenaghen, 4 agosto 1875): un nome che tutti noi, nella nostra infanzia, abbiamo sentito e di cui abbiamo apprezzato le struggenti fiabe, come Il brutto anatroccolo (Den grimme æling), La Sirenetta (Den lille Havfrue) La piccola fiammiferaia (Den Lille Pige Med Svovlstikkerne), testi che sono diventati epocali anche grazie alla riduzione filmica di Walt Disney (si pensi soltanto alla Sirenetta). Tuttavia, come tenteremo di dimostrare in questo articolo, l’arte letteraria di Hans Christian Andersen non è così semplice e ingenua come sembra.

L’autore danese nasce a Odense in una difficilissima e poverissima condizione familiare e, in un certo senso, il genere della fiaba è qualcosa di programmatico nell’opera e nell’esistenza dello scrittore: egli si costruisce un mondo fiabesco per sfuggire alla miseria e alla grettezza della vita quotidiana. Inoltre c’è anche da rilevare un altro aspetto fondamentale: Andersen vive in una città ancora legata ai “tempi che furono”, dove sopravvivono antiche superstizioni secolari e tradizioni inveterate. In questo senso Hans Christian Andersen e Thomas Hardy non si differenziano: entrambi vivono sulla scorta di un mondo perduto e irrecuperabile.
Grazie ai genitori, egli conosce la letteratura danese dell’epoca, Shakespeare e la lirica in tedesco. Sebbene fosse analfabeta, la madre racconta al figlio storie e leggende popolari. Forte è nel ragazzo la voglia di evasione, progetto che si realizza a 14 anni quando si trasferisce a Copenaghen.

Hans Christian Andersen: quando le fiabe non sono quello che sembrano
La sirenetta

Gli studi nella Capitale danese sono irregolari e segnati dallo scherno e dall’offesa: uno dei maestri era uso definirlo un buono a nulla, vivendo periodi di lungo supplizio e isolamento (come vedremo, il tema del diverso sarà decisivo nella sua produzione letteraria). I suoi esordi letterari sono accolti favorevolmente dal pubblico, con una relazione di viaggio sui suoi incontri in Germania (1831, Skyggebilleder af en Rejse til Harzen og det sachsiske Schweiz, “Immagini di un viaggio nello Harz e nella Svizzera tedesca).

L’annus mirabilis della produzione letteraria di Hans Christian Andersen è il 1835, quando pubblica Eventyr (“Fiabe”), in due volumi. Bisogna però rimarcare la differenze con le coeve fiabe dei fratelli Grimm: mentre esse sono fiabe d’arte (cioè un’operazione intellettualistica costruita a tavolino, dove si riprende spesso del materiale medioevale: si pensi a Novalis), quelle di Andersen traggono ispirazione da eventi, situazioni o personaggi assolutamente ordinari. Niente è artificioso nello scrittore danese.

Quali sono i temi che Hans Christian Andersen affronta nelle sue opere?

  1. Il diverso: è palese che esso assume una certa pregnanza nell’opera dello scrittore danese, per la sua natura di outcast sociale sin dall’infanzia. Conseguentemente questa sua condizione si riflette nelle sue fiabe, accompagnata anche dalla sua omosessualità. Si potrebbe dire che Andersen e Kierkegaard aiutano a comprendere perfettamente la Danimarca dell’epoca: due intellettuali emarginati e antipodici all’ordine sociale dominante.
  2. Il doppio e il gioco: il gioco assume in Andersen lo stesso significato che aveva per Lessing, poiché esso permette di scoprire la vera essenza dell’uomo. Esso permette di indagare i racconti e le leggende popolari dell’infanzia dello scrittore; le sue fiabe si configurano come una reinterpretazione di storie lungamente sedimentate. Al gioco si assommano anche considerazioni sul doppio. Tutta l’esistenza del favolista danese percorre un doppio binario: nasce nella povera Odense e si afferma a Copenaghen, conosce anni di sofferenza per poi arrivare al successo e infine vive il contrasto tra l’oralità primaria dell’infanzia e la cultura chirografica della vecchiaia.
  3. Il macabro: nonostante siano racconti destinati a un pubblico infantile, Hans Christian Andersen non lesina immagini macabre o, in ogni caso, inquietanti: l’innocente Sirenetta, per esempio, non ha né gambe e né piedi oppure il soldatino di piombo non ha una gamba. Il macabro non è fino a se stesso: indica una fase per il raggiungimento di un mondo migliore che passa sempre, dialetticamente, dalla morte.

Come si può vedere da questa disamina, lo scrittore danese era ben lungi da proporre fiabe ingenue col classico happy ending, in quanto esse sono, romanticamente, la via d’accesso per comprendere la sua interiorità e i suoi dissidi. L’opera di Andersen, ahinoi, è stata eccessivamente banalizzata per ottenere un facile guadagno, dimenticando la verità. Da filologo mi viene da dire: “tornare alle fonti”.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

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By on agosto 4th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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