Professione: nessuna – Quando la storia dell’arte è scritta dagli uomini

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Berthe Morisot, Femme et enfant au balcon, 1871-72
Berthe Morisot, Femme et enfant au balcon (1871-72)

L’attualità impone spesso una riflessione sul ruolo della donna nella società, le problematiche dell’essere donna, i tanti femminicidi, senza dimenticare le critiche sul comportamento e l’abbigliamento, le costanti discussioni sul corpo della donna, le critiche gettate nel vento di un: «perché stava girando da sola?». Nell’epoca dei pari diritti e pari uguaglianza, pare quasi ritornino le critiche e le parole ottocentesche rivolte alle donne che volevano essere indipendenti, libere, degne di nota.

Se c’è una cosa che ho avuto modo di imparare in questi anni è che l’arte ha insita in sé quella grazia e quello stile unico tale da raccontare i periodi, i secoli, le evoluzioni della storia, attimi tremendi, gioie di vivere: è grazie a tale dote che oggi parleremo della femminilità, ma non la femminilità delle modelle raffigurate nei quadri di Degas, non la femminilità dei corpi seminudi resi celebri nei secoli da numerosi artisti, ma la femminilità vista dalle donne artiste. Donne che hanno lottato per affermare la propria arte, donne famose, precorritrici dei tempi, fondatrici di avanguardie, dimenticate dalla storia dell’arte, rinnegate dalla famiglia come Berthe Morisot (1841-1895), cofondatrice dell’Impressionismo, amica e collega di Degas, Monet, Renoir, che al momento della sua morte, alla voce “professione” la famiglia scrisse: nessuna professione.

Mary Cassatt (American, 1844 - 1926 ), Little Girl in a Blue Armchair, 1878, oil on canvas, Collection of Mr. and Mrs. Paul Mellon
Mary Cassatt, Little Girl in a Blue Armchair (1878)

Richiamando l’attenzione su una domanda della studiosa Linda Nochlin (1971): «Perché non ci sono state grandi artiste donne?» e ancora: «Cosa sarebbe successo se Picasso fosse nato femmina?».

Le domande sorgono spontanee dal momento che la maggioranza dei quadri esposti in musei e gallerie raccoglie opere di artisti uomini mentre la presenza della donna è richiamata solo sulla tela, spesso seminuda come emblema della femminilità, della sensualità: riporta esclusivamente il punto di vista maschile sul femminile.
Irriverente il quesito allora posto dalle Guerrilla Girls (1989) quando chiedono se una donna deve essere nuda per entrare al MET di New York, rendendo evidente la presenza di due pesi e due misure quando si parla di artisti e artiste.

guerrila-girls- manifestoPorsi il perché è più che legittimo: perché l’arte offusca il genio femminile a favore della mercificazione del suo corpo? Ambiti maschili, ambiti femminili, apparentemente simili, profondamente diversi, la facilità con un uomo che nell’Ottocento poteva affermarsi, studiare, la difficoltà di una donna che non può uscire di casa da sola, una problematica all’apparenza passata, ripresa nell’attualità di tutti i giorni.

La domanda della Nochlin è provocatoria, perché sostenere che non ci siano state grandi artiste donne è una menzogna purtroppo accreditata dalla storia dell’arte, la storia fatta dall’uomo per l’uomo in cui la donna è solo laterale, marginale, un quadro nel magazzino di un museo.

BarbaraKruger-We-have-received-orders-not-to-move-1982Fu così che la storia dimenticò Berthe Morisot, dimenticò Mary Cassatt (1844-1926), artiste impressioniste delle quali l’avanzare della storia dell’arte nascose il tocco leggero, la loro critica velata di un mondo, quello del privato e delle costrizioni femminili, che stava troppo stretto a due artiste che volevano affermarsi, studiare, andare al café-concert, raffigurare i paesaggi dei loro colleghi uomini, dotati di quella libertà di muoversi che loro non avevano. Così nei loro quadri abbiamo balaustre e ringhiere che dividono gli spazi femminili da quelli maschili, oppure vediamo delle figure costrette nella cornice di un quadro, spazi interni della società e dell’animo, sempre troppo stretti.

La critica velata divenne sempre più forte nell’arco del ‘900, in un mondo che mercifica vieppiù il corpo femminile, un mondo che ancora oggi non rispetta il corpo femminile: con l’avvento del XXI secolo le artiste si esprimono, gridano con la loro arte le ingiustizie di una società ancora in parte sorda.

La femminilità in questo modo non è qualcosa di naturale ma di artificiale, un costrutto della società, un argomento di dibattito, uno sguardo critico, lo era allora, lo è adesso, riflessioni cui il pensiero femminile rientra in modo marginale, quasi non avesse il diritto di rientrarci. Le pressioni di una società che si riversano nelle opere delle artiste, purtroppo ancora oscurate, vincolate, ancora oggi, bloccate dai tanti spilli della società.

Barbara KrugerWe have received orders not to move, 1982

La storia dell’arte racconta una condizione che si vive oggi nella quotidianità di tutti i giorni, la storia che tutti noi conosciamo, ma è una storia a metà.

Sara Govoni per MIfacciodiCultura

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