Quella fantastica seconda volta alla Galleria degli Uffizi di Firenze

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Quella fantastica seconda volta alla Galleria degli Uffizi di Firenze

Quella fantastica seconda volta alla Galleria degli Uffizi di FirenzeL’arte crea bisogni e necessità di bellezza, una bellezza che è in grado di suscitare anche il luogo in cui è custodita, come la Galleria degli Uffizi a Firenze.

La bellezza nel mondo è talmente luminosa e abbondante che l’uomo da sempre non ha mai potuto fare a meno di replicarla o imitarla. Che si voglia intendere l’arte come mimesis o come electio, poco importa. Non è la faida tra natura e artista a far ruotare il mulino della creazione artistica, ma è piuttosto l’intenso dialogo che si instaura tra i due, tralasciando se sia la prima a prevalere sull’altra o viceversa.

Lasciandomi guidare da uno dei “pensieri diversi’” di Wittgenstein – «Nella vita, come nell’arte, è difficile dire qualche cosa che sia altrettanto efficace del silenzio» -, ho vissuto una breve ma proficua giornata nella Galleria degli Uffizi come un’avventura d’esplorazione rinnovata.

Rinnovata perché l’ultima volta che ebbi l’opportunità di contemplare i capolavori del Rinascimento toscano – e non solo – ero piccola e inconsapevole dei tesori che mi circondavano, nonché incapace di percepire a fondo l’inestimabile valore di ciò che conservava quel luogo strano, agli occhi non abituati di una bambina una sorta di tempio dell’indicibile, dove le persone si paralizzavano imbambolate davanti ad una tela macchiata di qualche colore studiato a puntino.

Ricordo che mi lasciai cullare forse un po’ troppo dal torpore delle stanze e da quella illuminazione particolare che sferrava fasci di luce di una violenza a me sconcertante. E nella mia memoria rivivo dei momenti di assoluto panico di fronte alla vastità dei corridoi, la vertiginosa altezza delle sculture e la faticosa marcia in salita verso i piani superiori. La “quiete dopo la tempesta” di emozioni – derivanti da tutto fuorché dai Leonardo, Caravaggio e Botticelli – consisteva nella solenne pausa sulle panche, dove mi dilungavo in brontolii, lamentele e guaiti affranti. Insomma, non avevo vissuto esattamente un’esperienza esaltante in quell’edificio sviluppato in lunghezza, altezza e profondità, caldo e abitato da marmoree presenze inquietanti, i cui occhi vacui e privi di pupille seguivano vigili ogni mio passo – come se fossero stati inondati di vitalità.

Sentivo la necessità di rivivere gli Uffizi, non potevo permettere che le deludenti sensazioni infantili prendessero il sopravvento e soprattutto che contaminassero indelebilmente un simbolo universalmente riconosciuto, un baluardo dell’arte italiana. Quindi, munita del giusto spirito critico acquisito dopo anni di studi liceali e autonomi, ho nuovamente varcato quell’arcana soglia, ancora pullulante di curiose creature morbidamente scolpite e sorprendentemente vive.

Immancabili i turisti provenienti da ogni parte del mondo che si affrettavano da una sala all’altra, incuranti l’uno dell’altro e isolati ognuno nella propria campagna di vetro, ciascuno con l’audioguida incollata all’orecchio, come se questo marchingegno fosse capace di iniettarti la giusta dose di senso artistico affinché si possa comprendere appieno l’opera in questione.

Quella fantastica seconda volta alla Galleria degli Uffizi di Firenze
Sacrificio di Isacco, Caravaggio

Evitando gagliardamente le stanze traboccanti di trambusto e quelle in cui le guide turistiche si dilettavano a darsi arie da grandi critici d’arte e millantavano perle da esimi intenditori, mi sono comodamente stazionata seduta immobile e trasognante davanti alle opere che poi nel corso degli anni mi hanno colpita e anzi, alcune di queste mi hanno più che toccata, direi forse accarezzata o spintonata, a seconda dei casi.

Certo, un povero ed ignaro turista entrando in una stanza e vedendo una ragazzetta spalmata per terra abbandonata nello sguardo accattivante e compiaciuto della Venere di Urbino avrà certamente pensato «bizzarra l’Italia!». Oppure non biasimo quelle povere signore – che hanno avuto la sconcertante visione di un’esagitata – inchinarsi e tendere le mani in adorazione verso le opere dei grandi artisti, e compatisco sinceramente i passanti e gli stanti attorno che hanno dovuto sorbirsi sproloqui e soliloqui di irripetibile enfasi e pathos.

Il punto è che davanti ad un Caravaggio, davanti al suo Sacrificio di Isacco non ho potuto fare a meno di ricevere il dono d’inestinguibile bellezza e sconcertante naturalismo che racchiudeva gelosamente l’opera. Davanti alla Primavera o La nascita di Venere ho quasi rabbrividito, catapultata per qualche istante nell’indefinita radura verdeggiante o nel bel mezzo del mare, percependo sulle spalle il soffio di brezza di Zefiro.

Nessun uomo è un’isola e nessun’opera è un’isola. L’unico modo per ricevere il suo messaggio è frenare e affrontare il timore di cogliere la potenza del suo sguardo, è dialogare, ricevere il suo messaggio, è instaurare un rapporto ricettivo, è in poche parole vivere l’opera d’arte.

Maria Vittoria Giardinelli per MIfacciodiCultura

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