Il mercato dell’arte: evoluzione di un rapporto unico tra Arte e Potere

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Il mercato dell’arte: evoluzione di un rapporto unico tra Arte e Potere

David Teniers il Giovane, L'arciduca Leopoldo Gugliemo d'Austria nella sua galleria d'arte a Bruxelles (1651)
David Teniers il Giovane, L’arciduca Leopoldo Gugliemo d’Austria nella sua galleria d’arte a Bruxelles (1651)

Con la grande recessione del 2008 il sistema finanziario globale si è dovuto reinventare di fronte al collasso delle maggiori strutture bancarie. Dopo anni di investimenti molto rischiosi, numerosi player economici hanno deciso di cambiare nettamente il target delle proprie operazioni finanziarie su asset sostanzialmente risk-free. Asset che, uscendo dal gergo strettamente finanziario, erano un qualcosa apparentemente profano rispetto all’ambiente economico: le opere d’arte. Infatti molti operatori hanno scorto nell’arte un‘occasione di investimento a lungo termine e stabile, nonché accattivante per un periodo di politiche monetarie molto espansive. Ma il mercato dell’arte non è assolutamente un fenomeno inedito, bensì ha avuto origine molti anni fa.

Tutto cominciò nella seconda metà del Seicento: la Rivoluzione galileiana portò gradualmente alla formazione di un nuovo paradigma epistemologico, basato sulla tecnica matematica e l’empirismo soggettivistico. Il pensiero scientifico si fece fortemente tassonomico, andando a classificare tutta la realtà per modelli. Ciò influenzò fortemente il modo di concepire l’arte, che proprio in quel periodo cominciò a essere categorizzata per stili. Inoltre la Pace di Vestfalia del 1648 sancì la nascita dello Stato moderno assoluto e la fine del grande potere spagnolo in Europa, concedendo l’indipendenza ai Paesi Bassi. Un atto politico che causò la rapida ascesa economica del Paese dei tulipani, che assieme al Regno Unito si diede alle prime operazioni di meccanizzazione scientifica-tecnica dell’agricoltura (prodromi della Prima Rivoluzione Industriale) e cominciò grazie a questa ad attuare politiche commerciali moderne. Politiche commerciali fondate sul mercantilismo, ossia sulla massimizzazione dell’esportazione dei prodotti nazionali in altri Stati: una strategia che portò alla nascita della nuova classe sociale dei mercanti.

Tale cambiamento sdoganò il monopolio di controllo monarchico dei beni artistici e culturali, avviando un processo di “economicizzazione” dell’arte. Le opere d’arte del fiorente barocco olandese, soprattutto quelle di Rembrandt, cominciarono a essere commerciate tra Francia e Inghilterra, diventando vere e proprie merci di scambio e creando così un vero e proprio mercato dell’arte. Ma l’appropriazione dell’arte per finalità economiche e politiche si fece ancora più forte nel Settecento, con l’entrata prepotente nel mercato di grandi Capi di Stato al fine di consolidare il potere interno ed esterno: le politiche culturali di Napoleone Bonaparte, per esempio, furono all’insegna della promozione di uno stile neoclassico per gli artisti contemporanei e l’acquisizione di vari capolavori antichi e rinascimentali da altri Paesi al fine di portarli in Francia. Oppure si pensi a Caterina la Grande, che usò il collezionismo artistico per dare prestigio alla Russia tra gli attori geopolitici europei.

Un'asta da Christie's di un'opera di Picasso
Un’asta da Christie’s di un’opera di Picasso

Nell’Ottocento e nel Primo Novecento, con l’ascesa dell’imperialismo europeo e della potenza economica statunitense, la nuova borghesia della Seconda Rivoluzione Industriale entrò appieno nel mercato dell’Arte, con una forte domanda di opere pittoriche del Rinascimento (come quelle di Mantegna). A interrompere bruscamente la tendenza furono i due conflitti mondiali, con la ripresa dei commerci solo in concomitanza del secondo Dopoguerra: in un periodo peraltro molto fertile in termini artistici ed economici, i prezzi cominciarono a schizzare a favore degli impressionisti e dei post-impressionisti. Ma a dare un’ulteriore propulsione furono il cambiamento ideologico dell’Occidente dall’interventismo keynesiano al laissez-faire neoliberale negli anni Ottanta: la contestuale ascesa dell’economia giapponese incentivò l’acquisto di artisti più vicini all’espressionismo e al cubismo, come Van Gogh e Picasso.

Si arriva così agli anni Duemila e oggi, in cui la promozione di mostre di Arte contemporanea da parte di agenzie pubblicitarie e ambienti finanziari hanno portato a una piena compenetrazione di arte ed Economia, con inedite soluzioni di aste pubbliche anche online e gallerie artistiche sempre più marketing-oriented, capaci di attirare nuovi acquirenti.

Tanto che società di consulenza finanziaria e banche hanno ormai inventato la figura dell’art advisory per i propri clienti.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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