Il Vortice Filosofico – Proust e la memoria per sconfiggere la mafia

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Il Vortice Filosofico – Proust e la memoria per sconfiggere la mafia

Il Vortice Filosofico – Proust e la memoria per sconfiggere la mafia
Alla ricerca del tempo perduto, l’opera monumentale di Proust

Quando è tempo di anniversari e celebrazioni la memoria compare prepotentemente sulla ribalta mediatica e nei discorsi della gente, ma a cosa serve davvero ricordare? Quali potenzialità nasconde questa facoltà umana e di quali tra queste la nostra contemporaneità si sta pericolosamente privando? La crisi della memoria, tra la proliferazione dei momenti di ricordo e le numerose istituzionalizzazioni piuttosto stanche, è ormai servita; tuttavia ciò non deve spaventare oltre misura: come ogni crisi, anche quella della memoria può essere una possibilità di presa di coscienza dinnanzi ad un grande tema e l’occasione per un rinnovamento in positivo. Le tecnologie e la multimedialità, unite ad un sistema introiettato che ci spinge a considerare come degno di nota solo il nuovo, ci hanno abituato a ricordare tutto e a non aver memoria di nulla: l’unico valore che mediamente viene attribuito al passato è quello distanziale, che non permette una genuina messa in comunicazione con lo stesso. Il paradigma diffuso è quello che promuove una memoria di dati, date e nomenclature, omettendo il più profondo e fecondo valore del ricordo: eppure questa impostazione è figlia di una cecità abitudinale, appena superata la quale si fa evidente il legame ben più profondo e misterioso che gli esseri umani intrattengono con la memoria.

Joel e Clementine, protagonisti del celebre film Eternal sunshine of the spottless mind (in italiano tradotto con Se mi lasci ti cancello), non riescono a dimenticarsi nonostante le potenti tecnologie dell’azienda cancella-ricordi a cui si sono affidati, esibendo in maniera magistrale l’ulteriorità del ricordare rispetto ad ogni recinto fisico o chimico. Ma l’intuizione sulla quintessenzialità del ricordo viene da più lontano e ha radici eminentemente filosofiche: è infatti dalla riflessione otto-novecentesca del filosofo parigino Henri Bergson che si fa strada l’idea di memoria come durata, ovvero un rinnovamento concettuale di fondamentale importanza per il senso delle azioni umane e per l’intera valutazione del divenire storico.

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Marcel Proust (1871-1922)

Il ricordo si va così complicando, rendendo possibile, ad ogni atto di realtà, il ri-farsi avanti di tutto lo spazio del passato: la memoria produce dunque la materia, ma non alla maniera misticheggiante di certo idealismo, bensì secondo un procedere di questa intrigante facoltà che rende ragione dell’intervento dell’io umano nella conoscenza del mondo. Come Joel non può dimenticare Clementine e viceversa, così, in senso strettamente logico, all’uomo non è data la prospettiva della vera dimenticanza come assenza: le persone sono durate e in questo, in maniera involontaria, radicano il loro essere nel e per il ricordo. Bergsonianamente la memoria non è solo archiviazione, ma soprattutto produzione: è da una visione di questo tipo che oggi è bene ricominciare a considerare le occasioni di ricordo, se si vuole ripristinare la potenza creatrice della memoria. Ricordare non è solo passione, ma anche e soprattutto azione, capace di disegnare il futuro in continuità con la storia da cui si proviene, a partire dalla ripresentificazione delle cose lontane nel tempo.

Un contributo fondamentale alla promozione di un’idea di memoria attiva e anti-archivistica è stato fornito da quella che molti considerano la più grande opera letteraria della modernità, ovvero dal capolavoro di Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, composto dal francese tra il 1909 e 1922: non è solo il contenuto artistico del testo ad introdurci al tema del ricordo bensì la sua stessa travagliata genesi ed il suo intricato cammino di realizzazione, nei quali l’autore, attraverso il medium della scrittura, ritiene di poter recuperare il tempo della vita che sembrava aver perduto. Come si fa a recuperare ciò che sembra dimenticato? Per Proust è nel rievocare le tracce del già trascorso che il passato si fa avanti e nel suo bussare alla nostra esistenza presente non può fare a meno di influenzare la stessa e ridisegnarla, perpetrando il continuum, la durata che l’uomo sempre è. Così una riflessione o più semplicemente un biscotto intinto e poi assaporato riconducono i soggetti ai propri trascorsi, e non come spettatori disinteressati, bensì in qualità di meravigliati osservatori che di quanto rivissuto fanno tesoro da costruzione per ogni presente.

Il Vortice Filosofico – Proust e la memoria per sconfiggere la mafia
Henri Bergson (1859-1941)

Così il passato, nel ricordo, si trascina in avanti, fornendo linfa vitale al futuro e facendo del presente semplicemente quel luogo ideale in cui si pensa questo stesso passaggio: oggi ripensare la filosofia bergsoniana e l’opera del grande Proust può essere la corsia preferenziale per ridonare dignità al passato, alla memoria e ai tanti momenti di ricordo che istituzionalmente ci circondano. Mettersi in prospettiva nei confronti del passato, lasciando che la memoria genuina dello stesso ci guidi verso la creazione del futuro significa, ad esempio, non incastrare i recenti anniversari legati alla morte di Paolo Borsellino e agli atteggiamenti anti-mafiosi in genere, in stanche formule rituali: avere memoria dell’operato di un grande uomo come è stato il magistrato ucciso dalla malavita 25 anni fa, sulla scorta di quanto suggerito dalle riflessioni citate, significa fare delle sue gesta una piccola parte di noi, pulsante, viva e pronta a battersi per modificare la realtà per migliorarla. Ricordare può essere una garanzia di vita, un punto di ripartenza, un’apertura ad una prospettiva umanizzante, ma soprattutto un invito a mantenere assieme, nella durata, la complessa ed eterogenea struttura che l’esistenza rappresenta.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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