Connelly-Bosch, un duo giallo da successo garantito

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Connelly-Bosch, un duo giallo da successo garantito

Michael ConnellyQuando nel corso degli umani eventi si arriva al punto che in casa è esaurito anche lo spazio per il bagnoschiuma, sostituito da libri e fumetti, si rende necessario adottare dei criteri di scelta, di selezione naturale per così dire. Uno dei metri di giudizio è assai semplice: una volta finita la lettura, cosa ricordo della trama a distanza di un paio di mesi? Se la risposta è un cavolo, smetto di acquistare quell’autore, anche se la lettura era stata gradevole.

Il metodo ha una sua logica, indubitabilmente: quello che mi affascina è la sua contraddittorietà, dato che mi porta ad escludere autori che per altri versi mi piacciono moltissimo, che hanno una scrittura limpida, creativa, la capacità di supportare una trama rigorosa, e che magari uniscono il tutto alla creazione di un personaggio affascinante.

Quindi, personalmente apprezzo moltissimo Michael Connelly (Filadelfia, 21 luglio 1956), i cui libri ho letto avidamente per lunga pezza e che ho sempre trovato estremamente rilassanti, con quel loro inserirsi nella nicchia dell’Hard Boiled, che come definizione sarà anche sorpassata secondo esteti e teoreti, ma che in realtà non è mai venuta meno nella pratica.

Del resto, Connelly stesso ammetta giustamente tra le sue fonti primigenie di ispirazione Raymond Chandler. In realtà, pare che la lettura del grande Chandler abbia ispirato Connelly relativamente tardi, già studente universitario, ma tant’è: a volte anche una ispirazione tardiva può essere sincera e non solamente un’operazione di marketing accuratamente studiata a tavolino. Per quanto poi Connelly dichiari di badare molto alla caratterizzazione psicologica del personaggio, e alla sua non-stereotipizzazione, va detto che i richiami che sovvengono alla lettura sono diversi: dal quasi dimenticato Michael Shayne, ai personaggi che orbitano nella mente di James Ellroy, fermo restando che quest’ultimo ha partorito due storie come L.A. Confidential e Dalia Nera, mettendo su carta i propri demoni e le proprie ossessioni, ottenendo quindi una efficacia del tutto diversa.

connelly-series-720x330 (1)Quel che è certo, è che Connelly abbia notato chiaramente che per quanto affascinanti potessero essere le trame, quello che legava il lettore in maniera indissolubile (lo fidelizzava, diciamo, per adoperare un termine da pubblicitari tanto odioso quanto efficace) era come detto la creazione di un protagonista affascinante: ecco nascere Hieronymus “Harry” Bosch, omonimo del pittore olandese a causa della passione materna per lo stesso, detective tormentato (supereroi con superproblemi, Marvel e DC docunt) che “ha tratti caratteriali in comune” con l’autore stesso.

Questo dato lo prendiamo per buono, con un atto di fede, nel qual mentre registriamo che di fatto (e potrebbe esserne una giustificazione) Connelly ha costruito una serie, dato che i personaggi ricorrenti nelle sue storie, Bosch a parte, sono circa una ventina: caratteristica delle serie, che fidelizzano vieppiù il lettore/spettatore, è appunto quella di essere incentrata maggiormente sul personaggio che sulla Storia. Da Beautiful alla Famiglia Bradford, da Happy Days alla Casa nella Prateria, quello che fondamentalmente conta è l’evoluzione del personaggio amato più che il fil rouge narrativo; a questo riguardo, Connelly è attento a tale evoluzione, e a tentare di allontanare lo stesso dagli stereotipi dell’hard boiled, con successo relativo. D’altronde, non è probabilmente questo che gli viene chiesto dal foltissimo pubblico di lettori (Connelly è stato tradotto in 35 lingue), né poteva aspettarsi che le cose andassero granché diversamente: la strizzata d’occhio cultural-sanguinaria compiuta chiamando il proprio protagonista con un nome altisonante e sinonimico di violenza e punizione, complice il parallelismo che inevitabilmente si instaura tra gli Inferni del pittore olandese ed il tentacolare inferno della metropoli più hard boiled del mondo, ossia Los Angeles non poteva che portare ad una stereotipizzazione dei personaggi.

Con una ventina di personaggi quasi fissi, il richiamo dello schermo era da mettere assolutamente in conto: infatti, a parte il valido Debito di Sangue con Clint Eastwood portato al cinema, esiste una serie televisiva dal creativo titolo Bosch che, come tutte le altre serie caratterizzare dal nome del protagonista, indica chiaramente intorno a quale elemento narrativo ruoti il tutto – d’altronde, realizzare una serie in cui il protagonista spicchi solo leggermente rispetto ai comprimari non è semplice e non è da tutti (e poi, perché tanta fatica e tanto duolo?), ne sia ad esempio il mai abbastanza rimpianto Hill Street Giorno e Notte, per restare in tema poliziesco.

Ma d’altronde questo è ciò che vuole il pubblico delle serie, una confortante consuetudine ed un rapporto familiare/amicale coi propri personaggi, anche, ed in molti casi soprattutto, con i cattivi: infatti Connelly ha giustamente anche un villain d’elezione, che fascinosamente acquista il nickname de Il Poeta.

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Bosch nella serie TV omonima è interpretato da Titus Welliver

Insomma, gli ingredienti per il successo l’ex giornalista di cronaca nera (anche candidato al Pulizer) c’erano tutti, e successo fu, meritatissimo peraltro. Altra cosa, è andare ad incidere in modo permanente l’immaginario collettivo (diciamo semi-permanente, via), come in tempi recenti accaduto a Jeffrey Deaver e al Collezionista di Ossa (qui però entriamo anche nell’annoso problema dei ghost writer, ma per oggi sorvoliamo). Iles, Crais, Nesbo, Lehane, Pelecanos, il nostro bravissimo Donato Carrisi, solo per fare una breve elencazione di costruttori di thriller rientrano invece nella categoria di coloro i quali lasciano una traccia nel nostro immaginario, ma una traccia vaga, un ricordo umbratile di qualche ora passata piacevolmente ma senza dettagli: un po’ come essere seduti in una stanza confortevole ma al buio, con soltanto la luce della luna che filtra dalle vecchie persiane e ci delinea contorni senza colori, silhouette senza profondità. A differenza di quando, pur non parlando di letteratura immortale, pensiamo appunto al Collezionista di Ossa, a L.A. Confidential, al Codice da Vinci (tanto per capirci, anche se forse non ci capiamo affatto).

Col suo Bosch, Michael Connelly occupa forse la poltrona più scomoda, quella di primo tra le seconde linee. E per quanto io ami il detective Harry Bosch, preferisco il posto per il bagnoschiuma: certo, poi ci sono i mercatini dell’usato, e allora…

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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