“To The Bone”: il racconto della lotta contro se stessi dei malati di anoressia

0 1.019

To The Bone: il racconto della lotta contro se stessi dei malati di anoressia

To The Bone: il racconta della lotta contro sé stessi dei malati di anoressiaTo the Bone (Fino all’osso) è un film scritto e diretto da Marti Noxon, distribuito da Netflix dal 14 luglio 2017, che racconta la storia della ventenne Ellen, malata di anoressia. Ma non solo. Il film è infatti intriso di autobiografismo, racconta in modo indiretto anche la storia della stessa Noxon, affetta da disturbi alimentari e alcolismo nel periodo tra la scuola superiore e l’università, e la storia dell’attrice protagonista, Lily Collins, che nel perdere i nove chili necessari per interpretare Ellen ha affrontato un tuffo nel suo passato da anoressica. 107 minuti di catarsi, in cui nulla della malattia viene edulcorato, dalla ragazza che nasconde il vomito nella scatola sotto il letto, alle crisi isteriche per la consapevolezza delle calorie ingerite, all’ossessione di misurarsi la circonferenza del braccio per assicurarsi che non cresca da un giorno all’altro.

La trama è semplice: Ellen, seriamente malata di anoressia ma convinta di stare bene, è sballottata da una clinica all’altra per affrontare cure ricostituenti con poca convinzione, fino a quando non arriva nella clinica del Dr. William Beckham (Keanu Reeves), una casa dove i ragazzi malati vivono tutti insieme in apparente autogestione, e in cui non si parla mai di cibo.

Questo perché nei disturbi alimentari il cibo è la punta dell’iceberg. L’anoressia in particolare porta ad un progressivo annullamento di sé nel tentativo di avere il controllo sulla realtà Alla base vi è sempre un qualche disagio dovuto a circostanze familiari (troppe aspettative dai genitori, litigi) o da delusioni personali e poca autostima. In un mondo competitivo che sembra esigere la perfezione, l’anoressia diventa un tentativo inconsapevole di adeguamento, poi di protesta: ambendo alla perfezione si cade nell’emarginazione. Ma nel film emerge bene come la famiglia, le delusioni della vita, a lungo andare diventino solo degli alibi, perché è nella volontà individuale decidere se affrontare i propri mostri o lasciarsi morire. I ragazzi nella casa si devono autogestire perché in fin dei conti è solo loro la responsabilità della propria esistenza. Nessuno può costringerli a “nutrirsi di vita” in un cammino che è davvero un processo di lenta e faticosa risurrezione.

In To The Bone colpisce il mutare dei punti di vista: nonostante la presenza costante di Ellen, si viene a conoscenza della posizione che i suoi familiari hanno nei confronti della sua malattia, quando l’eccesso di affetto e di preoccupazione si trasforma in un ulteriore controllo, questa volta esercitato dall’esterno. La matrigna di Ellen, ad esempio, sembra voler vestire i panni di una “Wonder Woman” capace di salvare Ellen dal baratro. Tutti danno consigli, arrivano al limite dell’offesa («sei un fantasma») illudendosi di far aprire gli occhi alla ragazza, di scuoterla. Come se Ellen non fosse consapevole di star morendo, come se non soffrisse del dolore che causa a chi le vuole bene. Tuttavia, non può farne a meno. In ogni boccone sputato, in ogni osso che emerge dalla sua pelle sottile c’è solo il rimpianto di non riuscire ad essere “normale”, in ogni livido sulla schiena per i troppi piegamenti addominali c’è il segno di una continua lotta contro sé stessa destinata in ogni caso al fallimento.

To The Bone: il racconta della lotta contro sé stessi dei malati di anoressia
To The Bone

Spesso chiamata “la malattia del benessere”, l’anoressia è il male del nostro millennio, che al giorno d’oggi insieme alla bulimia interessa 3 milioni di italiani. Ma non esistono vaccini o cure specifiche: si possono somministrare integratori, costringere i malati a cure drastiche, ma la rinascita deve partire dalla volontà individuale per evitare ricadute tragiche. La malattia avvolge il malato nelle sue spire con l’illusione di tenerlo al sicuro, diventa un’amica e un punto di riferimento intorno al quale ruota tutta l’esistenza. Un’ossessione che porta a rifiutare come una minaccia qualsiasi contatto umano sincero, poiché gli amori e le amicizie non sono mai pienamente controllabili. Ed è l’amore l’unica soluzione possibile. Come nel film, in cui Ellen alla fine sogna sé stessa non da sola ma con un ragazzo a cui vuole molto bene, e solo allora capisce davvero di voler vivere, così nella vita reale è solo la vicinanza sincera delle persone più importanti che può veramente aiutare chi lotta quotidianamente con il mostro. Il maggior dolore è sentirsi un problema ed un peso per gli altri , il maggiore aiuto è vedere di essere amati ed accettati nonostante tutto. E dall’accettazione può iniziare la rinascita. Ridursi fino alle ossa, tendere talmente tanto al controllo al punto di non controllarsi più, per risalire, tornare ad amarsi e ad amare l’incontrollabile successione di imprevisti che è la vita.

Chiara Di Giambattista per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.