Storie di Mafia – Borsellino e gli altri: il coraggio di morire una volta sola

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Storie di Mafia – Borsellino e gli altri: il coraggio di morire una volta sola

Storie di Mafia - Borsellino e gli altri: il coraggio di morire una volta sola
Borsellino

Anniversario d’argento è questo 2017 per la perdita di Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e di Paolo Borsellino, che ricorre proprio oggi, 19 luglio. E tra le tante cose, a ricordarci cosa sia il fenomeno mafia e la sua lotta vi è quell’atto di vandalismo, per così dire, che si è verificato una settimana fa a Palermo, dove è stata mozzata la testa della statua commemorativa di Giovanni Falcone, davanti ad una scuola del quartiere Zen.

La strage di via D’Amelio è un fatto che pesa come un macigno nella storia politica, giudiziaria e sociale italiana. Purtroppo è uno fra i tanti, specialmente di tutti i drammi avvenuti negli anni Novanta, ma non per questo la sua memoria deve venire meno. Nonostante sembri banale continuare a ripeterlo, l’educazione alla lotta contro la mafia, l’informazione storica che passa attraverso le scuole, i programmi televisivi, i libri, le associazioni sono imprescindibili per formare una coscienza a riguardo. Eppure pare non basti mai, se ancora oggi c’è bisogno di qualcuno che faccia dispetti come l’oltraggiare barbaramente il ricordo di un uomo e di un magistrato.

Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino è il racconto pubblicato da Mondadori nel 2009 di Giuseppe Ayala, amico e collega dei due magistrati scomparsi, che affrontò in aula la pubblica accusa del primo maxi-processo antimafia, interrogò una serie di pentiti e ottenne numerose condanne. Le parole di Ayala sono una testimonianza sia professionale sia privata di quanto significò l’azione di Falcone e Borsellino per l’intero Stato italiano, di quanto la verità sia il valore più difficile da affrontare e da accettare e sopratutto il prezzo della stessa vita. Ti racconterò tutte le parole che potrò è il titolo del libro scritto da Agnese Borsellino, moglie del magistrato, in collaborazione con il giornalista Salvo Palazzolo (Feltrinelli, 2013). Un racconto questa volta più personale, commosso, per ricordare la memoria dell’uomo e non solo del giudice. Un racconto che, infatti, insiste per parlare più della vita che della morte: quanto di buono un uomo è stato capace di fare per la propria famiglia, oltre che per il suo paese. A rendere ancora più speciale questo scritto è il coraggio della signora Borsellino: alla stesura ha dedicato gli ultimi mesi della sua vita, prima di morire a causa di una lunga malattia. Di nuovo, perché la forza della verità, della volontà, della memoria e della vita siano sempre più forti di ogni male.

Storie di Mafia - Borsellino e gli altri: il coraggio di morire una volta sola
Rita Atria

Volevo nascere vento. Storia di Rita che sfidò la mafia con Paolo Borsellino (di Andrea Gentile, edito nel 2014 da Mondadori) è solo il terzo esempio di quella che potrebbe essere una lista numerosa di vicende che intrecciano le vicende del giudice Borsellino con quelle di persone che l’hanno conosciuto da vicino. Rita Atria aveva solo diciassette anni quando decise di dare una svolta alla sua esistenza: da Partanna, in provincia di Trapani, si trasferisce a Roma sotto un’altra identità per avviare una collaborazione consapevole con la giustizia, avvicinandosi alla figura di Paolo Borsellino. La ragazza lo chiama zio Paolo, si affida totalmente, rivela tutto quanto sa sul fenomeno mafia, in particolar modo riguardo la sua zona di provenienza. Infatti per Rita la realtà dei fatti era sempre stata cruda e dolorosa: suo padre, don Vito, era stato un mafioso e negli anni Ottanta era stato ucciso da alcuni membri di Cosa Nostra. Anche suo fratello aveva ricevuto lo stesso trattamento, provocando dolore e omertà nella famiglia. Proprio per questo Rita fece del coraggio il suo perché, anche se, purtroppo, scelse di abbandonarlo gettandosi dal settimo piano del suo appartamento a Roma. Era l’estate del 1992: Borsellino venne ucciso, e la vita di Rita era ormai segnata da un vuoto incolmabile.

Noi magistrati traiamo tutta la nostra legittimazione dal rispetto della legge, e solo la legge ci restituisce l’autorità di cui abbiamo bisogno per imporre ad un uomo il sacrificio del bene più importante che ha dopo la vita: la libertà personale. Come il Dio dantesco, la legge è ciò da cui noi giudici partiamo e ciò a cui dobbiamo necessariamente ritornare.

Questa una dichiarazione di Luciano Costantini, classe 1962, amico di Paolo Borsellino e collega, che svolse dal 1991 al 1994 il ruolo di sostituto Procuratore della repubblica presso il Tribunale di Marsala con applicazioni alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Paolo Borsellino, insieme al compagno di sempre Giovanni Falcone, rappresentava l’autorità, incarnava lo Stato stesso. Si dichiarava a completa disposizione, dimostrando tutta la sua onestà. Ecco, dunque, le parole fondamentali per comprendere, combattere, prevenire il fenomeno Mafia: Libertà personale e collettiva, Autorità dello Stato, Verità, Cultura che porti educazione e sensibilizzazione.

Cinquantasette giorni appena intercorsi tra la morte di Falcone e quella di Borsellino. Cinquantasette giorni di morte anticipata, di casi e misteri ancora irrisolti. E se vogliamo fare un altro esempio sulla distanza, erano cento passi (nel film di Marco Tullio Giordana) che separavano la casa di Giuseppe Impastato da quella del boss di Cinisi Gaetano Badalamenti. Peppino, che morì il 9 maggio 1978, largamente dimenticato dalla stampa dell’epoca poiché in quello stesso giorno fu trovato senza vita il corpo di Aldo Moro in via Caetani a Roma.

In un’invettiva passata alla storia fu proprio Peppino a gridare che «la mafia è una montagna di merda». Un’idea senza filtri, perché odiava la mafia che abbruttiva la sua Sicilia. Paolo Borsellino è stato più elegante nell’esprimersi, ma il concetto rimane sempre lo stesso: «Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare».

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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