Billie Holiday, La Signora (che ancora) canta il Blues

Billie_Holiday_0001_original7 aprile 1915: a Philadelphia, figlia di un sedicenne suonatore di banjo e una tredicenne ballerina di prima fila, nasceva Billie Holiday, ai tempi ancora Eleanora Fagan, portando il cognome della madre. Il padre infatti, troppo impegnato con la musica, penserà poco alla sua bambina. Quella stessa fanciulla che, a soli dieci anni, subisce uno stupro.

You don’t know what love is

Until you’ve learned the meaning of the blues

Until you’ve loved a love you’ve had to lose

You don’t know what love is

Billie Holiday, You Don’t Know What Love Is, 1959

Mi hanno detto che nessuno canta la parola “fame” e la parola “amore” come le canto io. Forse è perché so cosa han voluto dire queste parole per me, e quanto mi sono costate. Forse è perché son così orgogliosa da volere per forza ricordare Baltimora e Welfare Island, l’istituto cattolico e il tribunale di Jefferson Market, lo sceriffo davanti al ritrovo nostro di Harem, e le città sulla costa da un oceano all’altro dove ho preso le mie batoste e le mie fregature, Filadelfia e Alderson, San Francisco e Hollywood; ricordare metro per metro ogni dannato pezzo di tutto questo. Tutte le Cadillac e i visoni di questo mondo, e io ne ho avuti un bel po’, non possono ripagarmi e nemmeno farmi dimenticare. Tutto quel che ho imparato in tutti questi posti da tutta questa gente si può riassumere in quelle due parole. Nella vita, per prima cosa devi avere da mangiare e un po’ d’amore.

Billie Holiday, La signora canta il Blues (autobiografia), 1996, ed. Feltrinelli

Violenza, dolore e bassezza dell’umana specie accompagnano la vita di Billie Holiday, neri fantasmi nascosti nelle pieghe più oscure della sua anima. La gioventù passata nel bordello la rende una donna tormentata che cerca di trasformare il suo fascino in arma, nel disperato tentativo di eliminare il peccato: New York non è adatta a due giovani donne sole e lì, senza speranza, per tirare a campare è necessario vendere il proprio corpo. Lei è la Lady, la Signora: anche in quegli sporchi bassifondi, fatti di sesso e mafia, ancora troppo giovane per conoscere l’amore, proibisce ai clienti di lasciare i soldi delle mance tra le sue cosce.

41O8-HFNeDLCome si può trovare l’integrità morale tra uomini disposti a pagare per avere il tuo corpo, in un’America dove sei una sporca negra e dove Rosa Parks non si è ancora rifiutata di cedere il posto ad un bianco?

Sono gli anni ’30 e il Jazz, ormai, è un’istituzione. Lei deve vagare per i bordelli, condividendo la casa con la madre. La fame è tanta. Ma Louis Armstrong e Bessie Smith per la piccola Eleanora sono un balsamo per le ferite che già le sfregiano profondamente l’animo: quella musica ascoltata dalla tenutaria del bordello era per lei la paga per le sue commissioni. Nonostante la fame, preferiva farsi pagare con il privilegio di ascoltare quella musica che, per la madre, era quasi il suono della voce del diavolo.

Ma il bordello venne chiuso, Billie arrestata. E così, ad un certo punto, decide di cercare lavoro come ballerina. Lei, in realtà, di ballare non è per niente capace. Nel suo club, Jerry Preston, non vuole proprio vederla  a muoversi a ritmo di danza. Prova allora un’altra via: canta, le dice.

Quella sera, finalmente, Billie e la madre poterono mangiare del vero cibo. Un bel pollo arrosto succulento. Quella madre a cui la ragazza diede sempre tutto ma che, alla fine della sua vita, non aiutò la figlia in difficoltà; quella donna che l’aveva messa al mondo, in un mondo di violenza e bordelli, a cui lei donò il denaro guadagnato ma che, umiliata dalla droga, dovette richiedere in dietro. E che non ricevette mai.

Nel ’33 incide il primo album con Benny Goodman, grazie al suo agente di allora, Jhon Hammond. Billie prese il suo nome dell’attrice Billie Dove, mossa molto simile a quella che fece Nina Simone nel decidere il suo nome d’arte. L’ammirazione per una donna bella, famosa, lontanissimo miraggio di fortuna e celebrità: un  buon auspicio a se stessa dopo tanto dolore?

Nel ’37 torna ad essere una Lady: questa volta è Lady Day, giocoso nomignolo che le diede Lester Young, sassofonista e amore del momento. Tanto nei bassifondi quando nell’alto cielo stellato della musica la donna continua ad essere una Signora.

Non ebbe mai fortuna con l’amore, passando da un uomo violento all’altro, forse incapace di conoscere un amore puro e senza sofferenze. Quelle sofferenze che sporcarono la sua voce di anno in anno, lentamente, corrodendo da dentro le sue stesse corde vocali.

Someday he’ll come along

The man I love

And he’ll be big and strong

The man I love

And when he comes my way

I’ll do my best to make him stay

Billie Holiday, The man I love – 1935

Ma il dolore che ha lentamente spento la luce della Lady non fu dovuto solo a forme di amore perverse o totalmente corrosive. Billie Holiday iniziò a cantare nei club di Harlem nel 1933: sono ben lontani gli anni delle lotte contro la discriminazione razziale. E lei non può cancellare il colore della sua pelle, non può nascondere il fatto di essere, senza se e senza ma, una di quelle negre che devono sedersi in posti diversi. Lei, novella schiava di un’America che ha condotto forzatamente lì i suoi avi solo al fine di denigrarne la prole.

Eppure, anche in questo seppe animarsi di un orgoglio e di un coraggio che le fecero superare, timidamente, le prime barriere dovute al colore della pelle: lei fu la prima a cui fu permesso di esibirsi con membri di un’orchestra mista. Perché la colpa di Billie non era solo essere afroamericana: lei era donna. E una donna che cantava, per di più nera, dove pensava di andare? Basti pensare che Nina Simone venne rifiutata al conservatorio per le stesse due identiche motivazioni.

Billie-1050x700Billie invece cantò, e forte, e spesso, e fino all’ultimo giorno. Era una maniacale perfezionista che, in studio di registrazione, ripeteva fino a 19 volte le sue canzoni per ottenerne la perfezione. Non si poteva dire a Billie Holiday come eseguire una canzone: era lei, donna e nera, a decidere ogni movimento. Perché, nonostante il jazz fosse il suo unico grande amore, l’improvvisazione non poteva lasciare adito ad errori.

Mai, mai mostrarsi deboli.

Eppure, morì il 17 luglio 1959, ricoverata per problemi epatici e cardiovascolari, lasciata sola e piantonata dalle guardie. In casa di Lady Day, purtroppo, era stata trovata della droga. Quella droga che, forse, riempiva il vuoto incolmabile, quel desiderio di amore che nemmeno il Jazz riuscì a colmare davvero.

Muore con 75 centesimi in banca quella che per lungo tempo non è stata considerata un pilastro della musica americana.

Colei che, nel 1939, aveva avuto il coraggio di cantare dei suoi fratelli neri morti, del loro sangue, della loro schiavitù, in una canzone che tutte le case discografiche rifiutarono: Strange Fruit.

Southern trees bear strange fruit

Blood on the leaves

Blood at the root

Black bodies swinging in the southern breeze

Strange fruit hanging from the poplar trees

Billie Holiday, Strange Fruit – 1939

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
By on luglio 17th, 2017 in Articoli Recenti, Marta Merigo, MUSIC

RELATED ARTICLES

Leave Comments

cinque × 1 =

Su Facebook

Su Instagram

Su Twitter