I Grandi Classici - Le Anime Morte, la sopravvivenza del più adatto, cioè il peggiore, in chiave buro-russa

I Grandi Classici – Le Anime Morte, la sopravvivenza del più adatto, cioè il peggiore, in chiave buro-russa

I Grandi Classici - Le Anime Morte, la sopravvivenza del più adatto, cioè il peggiore, in chiave buro-russa
Un ritratto di Nikolaj Vasil’evič Gogol’

Questo Grande Classico ha una dedica, o meglio ne ha diverse: ad esempio, potrebbe essere dedicato a quel signore che, dalle mie parti, ha usato i pass e permessi per i disabili per tre anni dopo il decesso del legittimo proprietario; nondimeno, lo dedico a quel mio conoscente con la fabricheta in Romania che vende il suo prodotto come Made in Italy grazie a qualche artificio legal-azzeccagarbuglico della UE (che peraltro disprezza moltissimo). Tutti costoro, e molti altri, hanno il mio sentito ringraziamento, perché rendono ogni giorno, con la loro semplice esistenza, estremamente facile spiegare la valenza e l’attualità di un romanzo come Le Anime Morte di Nikolaj Vasil’evič Gogol’.

Pochi posti al mondo, oltre alla Russia dell’autore, e dalla Germania della Repubblica di Weimar ritratta da Bente-Bucharin in Inefficienza Economica Organizzata, sono adatti quanto l’Italia ad una comprensione profonda de Le Anime Morte: noi che siamo la patria mondiale degli azzeccagarbugli, le terra delle leggi che hanno bisogno di interpretazione sempre e comunque e sempre e comunque ad personam, dove lo Stato sconta miliardi agli evasori fiscali e imperversa sulle pensioni minime, dove i finanziamenti a fondo perduto vanno intesi nel senso più letterale del termine (ad libitum).

Recentemente, il genio incompreso, incomprensibile ed incomprendente di Diego Fusaro ha scoperto che nel 1847 Karl Marx scrisse «Venne infine un tempo in cui tutto divenne merce»; Le Anime Morte fu pubblicato per la prima volta nel 1842, ma siamo certi che Nikolaj Vasil’evič Gogol’ fosse consapevole del fatto che, in base all’aureo principio secondo cui non s’inventa nulla, l’uomo è una merce sin dai tempi della schiavitù egizia (che comunque era una condizione di vita molto più onesta e meno opprimente dei contratti lavorativi in voga oggidì), e con buona pace di Fusaro anche la vagina, se non proprio l’utero.

I Grandi Classici - Le Anime Morte, la sopravvivenza del più adatto, cioè il peggiore, in chiave buro-russaLe anime morte è la storia di una colossale truffa, che comporta la mercificazione delle persone, o per meglio dire della forza lavoro: un piccolo possidente russo, un cumenda delle steppe, vista una falla nel sistema elabora un ingegnoso sistema per arricchirsi, ossia comperare a bassissimo prezzo i contadini morti dopo l’ultimo censimento statale, che però ai fini della tassazione risultano ancora vivi, nel senso che su costoro i proprietari terrieri pagano e pagheranno le tasse fino al censimento successivo. L’affabile consigliere di collegio Pavel Ivanovič Čičikov, insomma, compera a basso costo delle persone che non sono più vive ma risultano tali e mette insieme una quantità di contadini virtuali sui quali può, come su una qualsiasi proprietà immobiliare, accendere delle ipoteche e accumulare un’ingente fortuna.
Pavel Ivanovič Čičikov mette in atto su scala macroscopica quello che migliaia di persone fanno quotidianamente, usare i permessi per disabili, incassare la pensione dei parenti morti, abbattere ulivi affetti da malattie inesistenti, chiedere finanziamenti per attività il cui fine è chiedere finanziamenti per l’attività da finanziare. E pure, il consigliere di collegio Pavel Ivanovič Čičikov si pone addirittura su scala microscopica, se pensiamo che qualcuno è stato capace, tra una cosa buona e l’altra, di spostare le sagome di carri armati di cartone su e giù per una nazione onde mostrare una potenza bellica inesistente.

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Allevatore di cavalli, steppa russa oggi

Dal punto di vista della lettura, Le anime morte è pesante come un documento programmatico della mission aziendale di una società che intende produrre hula-hoop quadrati, complice l’incoercibile propensione russa, una coazione in realtà, all’accoppiata nome + patronimico cui certamente Nikolaj Vasil’evič Gogol’ non si sottrae, ma soprattutto grazie alla vocazione alla minuzia, al dettaglio fisico, alla precisazione che si estende per paragrafi pesanti come il terreno gelato della steppa, paragrafi enormi come una ritirata dell’esercito durante il Generale Inverno, che si estendono e allargano come licheni sul terreno gelato, fino a diventare pagine e pagine, e le pagine sfociano placide come il Don (tanto per usare un luogo comune, in omaggio a Flaubert) a diventare interi capitoli in cui, apparentemente, accade poco o nulla ma il lettore è stato comunque subissato da informazioni.

Vero e proprio genio della letteratura, contemporaneamente comico e drammatico, Nikolaj Vasil’evič Gogol’ adotta lo stile perfetto per la materia, ché la burocrazia e la truffa sono macigni che soffocano e confondono, come pagine di cui bisogna andare di continuo a ricercare l’inizio del labirinto per ritrovare l’uscita (che non c’è). In tal modo, poi, riesce a tratteggiare alcuni personaggi, nelle figure dei possidenti terrieri o dei notabili cittadini, che rimangono scolpite nella storia della letteratura: su tutte, in modo anche sottile, spicca ovviamente però Pavel Ivanovič Čičikov, «…un signore non particolarmente bello, ma neppure di brutto aspetto, non troppo grasso, né troppo magro; non si può dire che fosse vecchio, ma neppure che fosse troppo giovane. Il suo ingresso non fece il minimo scalpore in città e non fu accompagnato da alcunché di particolare…», che ci affascina per il suo essere un vero campione arturiano della banalità del male e della sopravvivenza del più adatto, cioè del peggiore, del più viscido, del più strisciante, paradigma in versione imprenditoriale della banalità del Male.

Le anime morte viene unanimemente considerato un capolavoro del realismo russo, nonostante aspetti e passaggi che potremmo tranquillamente definire surreali: rimane il fatto che si tratta di opera imprescindibile sia in assoluto che relativamente all’opera omnia di Nikolaj Vasil’evič Gogol’, il quale in soli 41 anni di vita riuscì ad assurgere al livello di uno dei maggiori romanzieri russi di tutti i tempi, e dei romanzieri tout court: a nostro avviso, per essere stato uno dei più implacabili scrutatori della follia dell’animo umano che la letteratura ci abbia dato.

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Non ci sono omicidi in Paradiso

Ovviamente, Le anime morte subì una forma di censura, all’epoca della sua uscita: in modo che ricorda molto l’assunto «non ci sono omicidi in Paradiso» splendidamente illustrato dall’ottimo Child 44 di Daniel Espinosa con Tom Hardy, che stabilisce uno splendido parallelo, una continuità (im)morale tra Impero e Comunismo. Il titolo della primissima uscita, infatti, era un terrificante Le avventure di Čičikov: la commissione censura moscovita non aveva concesso l’imprimatur in quanto l’anima è immortale e pertanto non possono esistere anime morte.

La mia prima imberbe lettura del romanzo, invece, avvenne su una edizione Garzanti listata a grigio tundra (adattissimo), che si intitolava Le anime morte; la versione appena riletta, di Feltrinelli, riporta invece una caduta dell’articolo e diventa semplicemente Anime morte. Datosi che alcuni di noi amano giocar con la mente e i suoi tarli, ci siamo baloccati in ragionamenti su tale differenza. Una delle due versioni dovrebbe allargare la definizione, ampliare lo spettro: in un caso le anime sono solo quelle dei contadini virtuali, nell’altro anche e soprattutto latifondisti, notabili, Pavel Ivanovič Čičikov – morti da sempre anche se respirano, morti dentro.

Movimento di macchina all’indietro, verso l’infinito: l’inquadratura comprende anche noi col libro in mano. Gli altri, nous sommes, Le anime morte siamo anche noi.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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By on luglio 15th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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