Anton Čechov: uno scrittore tra passato e presente

Anton Čechov: uno scrittore tra passato e presenteAnton Pavlovič Čechov (Taganrog, 29 gennaio 1860 – Badenweiler, 15 luglio 1904) è una degli scrittori più importanti della letteratura russa del XIX secolo. Nato nella regione meridionale del paese, la sua infanzia non può essere definita delle migliori, in quanto egli e i suoi fratelli erano regolarmente picchiati dal padre, fervente ortodosso. Succintamente è lo scrittore stesso a definire il senso della sua giovinezza:

Sono stato allevato nella religione, ho cantato nel coro, ho letto gli Apostoli e i salmi, […] ho persino aiutato a servir messa e a suonare le campane. E qual è il risultato di tutto ciò? Non ho avuto un’infanzia. E non ho più alcun sentimento religioso. L’infanzia […] per me è stata un’autentica sofferenza.

L’unica figura per cui Čechov dimostra di avere rispetto e considerazione è la madre, anch’ella maltrattata dal padre. La svolta nella vita dello scrittore arriva nel 1879 quando, vincitore di una borsa di studio, si reca a Mosca per studiare medicina. Gli studi universitari e le ristrettezze economiche lo spinsero a dedicarsi alla narrativa breve e a racconti; il primo, La lettera del possidente del Don Stepan Vladimirovič al suo vicino dottor Fridrich, fu pubblicato nel 1880 nel settimanale La libellula. 

L’inizio della carriera letteraria di Čechov avviene nel 1882 a san Pietroburgo, quando l’autore fu avvicinato dallo scrittore Nikolaj Aleksandrovič Lejikin, direttore della rivista Oskolki (“Frammenti”), che gli commissionò racconti vivaci e umoristici e che dovessero sfuggire alla censura zarista. I racconti mettono in nuce i temi successivi dell’opera čechoviana: la vita in campagna, l’abulia, l’egoismo, la noia e la mancanza di rapporti umani stabili.

Ford Madox Brown, Work

Con la pièce Ivanov (1887-1889), lo scrittore russo presenta una cruda disamina della realtà sociale: l’omonimo protagonista, Ivanov, è un proprietario terriero che si è speso per il miglioramento della vita degli ultimi; tuttavia, quando ha contezza del fatto che niente è cambiato e il progresso non sembra mai essere arrivato in Russia, sprofonda in una grave depressione che lo ucciderà.

Nel 1894 Čechov dà alle stampe un racconto che, a mio parere, esprime perfettamente un esempio di critica sociale, Il monaco nero. Protagonista è un professore di psicologia, Kovrin, il quale, oberato di lavoro, cerca la fuga dalla realtà e dal mondo rifugiandosi nella tenuta del suo vecchio tutore. Camminando tra giardini e frutteti, Kovrin si imbatte nell’apparizione del monaco nero, una figura, in un certo senso, metaforica: egli rappresenta, a mio giudizio, il lavoro e l’impiego quotidiano a cui il protagonista non può sottrarsi in un’ottica positivista, poiché chiamato al progresso delle scienze. Kovrin morirà, alla fine dell’intreccio, per aver voluto rifiutare la sua missione civilizzatrice. Čechov è spietato: non esistono più pace e riposo, perché quel che conta è il proprio lavoro (come illustra il quadro Work (1852-1865) di Ford Madox Brown).

Dal 1896 al 1903-1904 Čechov lavora alle sue opere più celebri: Il gabbiano, Zio Vanja, Tre sorelle Il giardino dei ciliegi. Ne Il gabbiano il drammaturgo russo rappresenta uno dei temi che gli sono più cari: l’impossibilità di costruire e stabilire legami affettivi stabili e sinceri. In Zio Vanja ci troviamo di fronte a una situazione drammatica simile: Ivan Voijnickij (lo zio Vanja eponimo) è in contrasto col professor Serebrijakov, uomo profondamente egoista. Quando il professore  cerca di vendere le terre di figlia Sonja (nipote di Vanja), il protagonista tenta di ucciderlo senza successo, provocando ancora più desolazione e disperazione. Tre sorelle rappresenta l’angoscia esistenziale e il ripetersi uguale e inquietante della vita: il riscatto delle tre protagoniste, che desiderano vivere a Mosca, fallisce ed esse si ritrovano a ripetere le loro monotone esistenzeIl giardino dei ciliegi vuole essere un atto di accusa alla vita moderna e materialista, un’accusa che si concretizza nell‘abbattimento di un ciliegio alla fine della pièce, simbolo di un’epoca ormai passata e sepolta (molto simile, nel contenuto, a Tears, Idle Tears di Tennyson).

Čechov tenta di rappresentare un mondo trascorso, passato, finito, il quale è ormai schiacciato dall’insorgere della modernità e del suo materialismo egoista. Leggerlo vuol dire riscoprire un mondo che non esiste più e, un simile esercizio, fa molto bene nella modernità liquida.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

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By on luglio 15th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing, Visual & Performing ARTs

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