Natalia Ginzburg: lessico e nuvole, la faccia politicizzata della letteratura

Natalia GinzburgCi sono almeno tre motivi per parlare di Natalia Ginzburg: quest’oggi ricorre l’anniversario della sua nascita (Palermo, 14 luglio 1916 – Roma, 7 ottobre 1991), il suo entourage e lei stessa si sono distinti per l’attivismo antifascista, il padre era uno scienziato (medico) triestino, esattamente come me a parte l’essere uno scienziato.

Campanilismo e calembour a parte, i primi due motivi sono di per sé sufficienti a rendere necessario un hommage ad un’autrice che ha segnato profondamente la cultura italiana in senso sia politico che letterario. Diciamo subito però che le due cose sono difficilmente districabili: come detto, il padre era professore universitario antifascista e fu imprigionato assieme ai tre figli per poi essere processato. La giovane Natalia, nata Levi, sposerà poi nel 1938 Leone Ginzburg col cui nome firmerà tutta la propria attività letteraria: attività che, va detto, si svolgerà pressoché per intero sotto l’egida della casa editrice Giulio Einaudi Editore. Casa editrice che, peraltro, la Ginzburg aveva co-fondato nel 1933 assieme a Cesare Pavese, Giaime Pintor, Massimo Mila, Elio Vittorini, Italo Calvino, e Leone Ginzburg, quest’ultimo, docente di letteratura russa, era collaboratore della Casa fin dalla fondazione, e venne assassinato dai nazisti nel 1944 a Regina Coeli. È nello stesso anno che la Ginzburg si fa assumere proprio dalla Casa Editrice nella sede romana dopo che la capitale era stata liberata dagli Alleati: si vede perciò come l’antifascismo pervada tutta l’esistenza dell’autrice – la stessa Einaudi ovviamente si pone decisamente a sinistra nel panorama cultural-letterario dell’epoca, tanto che lo stesso Giulio Einaudi era stato inviato al confino nel 1935.

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Leone e Natalia Ginzburg

Storia politica o storia della letteratura? O storia familiare? Nel caso di specie l’intreccio è probabilmente gordiano. Dal 1969 la Ginzburg intensifica l’impegno politico, sottoscrive lettere di solidarietà ed aderisce a campagne, orbita attorno a Lotta Continua e Potere Operaio finché non si fa eleggere in Parlamento nelle file del PCI nel 1983. Nel frattempo, vince il premio Tempo, il premio Viareggio ed il Premio Strega, pubblica La strada che va in città, È stato così, Tutti i nostri ieri e altri, scrive saggi ed elzeviri, traduce Proust. Ma nell’immaginario collettivo la Ginzburg entra nel 1963 con Lessico Famigliare (con cui peraltro vince lo Strega), libro di memorie basato sulle consuetudini linguistiche, appunto, di una famiglia che costituiscono una base per unione e ricordi. Lessico famigliare, in realtà, entra lievemente nella cultura italiana nazional-popolare perché entra, come un calembour, nel lessico familiare e non anche di coloro che il libro non l’han letto ma han sentito/capito di cosa si tratta: un po’ come accade anche per Ti ho sposato per allegria, lavoro teatrale (eh sì, la Nostra scrive anche per il teatro) che deve moltissimo ad un titolo particolarmente accattivante.

Rappresentante di una classe intellettuale colta e per certi versi rarefatta, Ginzburg si eleva comunque nel panorama letterario dell’epoca rispetto alle coeve che scrissero perché reddito familiare e posizione sociale consentivano loro di scrivere «due ore al mattino e due al pomeriggio senza altri pensieri»: il lessico famigliare è sincero tanto quanto l’impegno politico e paga, letterariamente parlando.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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By on luglio 14th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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