Breve storia del Congo e delle fosse comuni che non vogliamo vedere

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Breve storia del Congo e delle fosse comuni che non vogliamo vedere

Breve storia del Congo e delle fosse comuni che non vogliamo vedere
Cartina del Congo

Il Kasai è la regione centrale della Repubblica Democratica del Congo: è un luogo di cui pochi sanno l’esistenza, e di cui nessuno si sta particolarmente interessando. Eppure, quello che succede oggi in Congo e tutt’altro che di poco interesse, al punto che l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zelda Ra’ad Al Hussein, il 6 giugno ha ordinato l’apertura di un’inchiesta internazionale sulle violazioni dei diritti umani che, senza dubbio, non sono stati rispettati nella regione del Kasai.

Cosa succede in Congo, quindi?

Il problema principale è senza dubbio la presidenza: al momento Kabila, figlio dell’ex presidente congolese, è ancora alla presidenza, ma il suo mandato è terminato a dicembre dello scorso anno. Non solo, però, non sta abbandonando il suo ruolo, ma nel paese non sono ancora state indette le elezioni e Kabila sta cercando di riscrivere la Costituzione al fine di avere un altro mandato presidenziale. Questo problema si inasprisce nella regione del Kasai, rispetto ad altre parti del paese, da sempre nota come la parte più resistente e rivoltosa della Repubblica Democratica del Congo. Qui, infatti, era nato Tshisekedi, storico oppositore politico di Kabila. Una regione scomoda al potere centrale, dove i soldati sparano a vista, da quanto raccontano i testimoni.

Breve storia del Congo e delle fosse comuni che non vogliamo vedereAll’azione di Kabila si aggiungono i moti ribelli scoppiati a settembre dello scorso anno, che si oppongono alle forze dell’ordine guidati da Kamwina Nsapu, leader tribale ucciso dai soldati congolesi lo scorso agosto. Insomma, una situazione tutt’altro che stabile.

A febbraio Il Fatto Quotidiano, totalmente inascoltato, ha riportato delle testimonianze raccapriccianti: don Jeanot Mandefu, che dopo un dottorato in Italia è tornato nel suo paese e insegna all’università di Kananga, in Congo, raccontava di come i miliziani fossero entrati all’interno dell’Ateneo e abbiano rastrellato gli studenti.

Ma il vero problema, in Congo, sono le fosse comuni ritrovate nella regione del Kasai, di cui ancora non si sa il numero preciso. Avvenire pochi giorni fa parlava di 80. A febbraio ne erano state ritrovate 27.  80 buchi nella terra, disseminati per la regione, dove dall’inizio dell’anno vengono gettati i cadaveri tumefatti di chi si ribella, o di chi è abbastanza giovane da poter essere una potenziale minaccia. Secondo l’ONU sono oltre 3.300 i morti e 1,4 milioni gli sfollati, molti di più di quelli in Siria e Iraq. Inoltre, si parla 400 mila bambini a rischio di morire di fame e di almeno 400 persone morte: ma i cadaveri vengono fatti sparire alla svelta, nelle fosse, ed è difficile stimare quante siano davvero le vittime.

Breve storia del Congo e delle fosse comuni che non vogliamo vedereSono dunque almeno sette mesi che questa mattanza va avanti nel paese: le notizie sui giornali però scarseggiano, e non sembra esserci molto interesse per l’ennesimo orrore che l’Africa deve affrontare: l’ultima guerra in Congo è finita nel 2003, quindi si tratta di un conflitto recente e di cui sicuramente si vedono ancora le conseguenze nel paese. Uno dei tanti paesi colonizzati e poi passati da padrone a padrone: Congo Belga, Zaire, Repubblica Democratica del Congo sono solo alcuni dei nomi che il paese ha cambiato nel corso degli anni. Un paese con una storia tutt’altro che stabile e stabilizzata, un paese dove l’identità culturale non si è mai davvero costruita – qui la lingua ufficiale è ancora il francese – e che, guarda caso, custodisce delle ricchezze tutt’altro che sotto valutabili.

In Congo, per esempio, è ricco di coltan (columbo-tantalite): pochi tra voi sapranno che materiale esso sia, ma casualmente utilizzato per produrre tutti i componenti hightech, dalla tv agli smartphone.

Sicuramente poco utilizzato da un paese che è in guerra da più di vent’anni, a cui si sono aggiunti stupri, epidemie ed esodi hanno causato 6 milioni di morti, di cui la metà bambini.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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