“Once Upon a Place”: a Times Square le storie dei migranti passano per le cabine telefoniche

0 608
Aman Mojadidi

Once Upon a Place, c’era una volta un posto: c’erano una volta le cabine telefoniche, elemento urbano di cui i nati dopo il 2000 probabilmente non hanno nemmeno memoria e che oggi sta lentamente scomparendo in quanto ormai vetusto. Ma grazia all’arte rivive questo oggetto simbolico: Aman Mojadidi, artista americano di origine afgana, ha utilizzato tre cabine telefoniche per la sua installazione a Times Square (per la precisione a Duffy Square, la parte Nord della piazza) intitolata proprio Once Upon a Place, inaugurata lo scorso 27 giugno e visitabile fino al 5 settembre. L’intento è quello di recuperare il valore simbolico della cabina come mezzo di comunicazione prima della diffusione dei cellulari e degli smartphone, lo strumento attraverso il quale molte persone dagli Stati Uniti, per esempio, comunicavano con i propri cari rimasti nella loro terra d’origine. E allora entrando in queste cabile site nel cuore pulsante della Grande Male, il centro del mondo occidentale, possiamo ascoltare le storie dei migranti, una settantina in totale, che ci raccontano il loro viaggio verso il Sogno Americano, pieni di speranza e tristezza perché costretti a lasciare il proprio luogo di nascita: sono le storie di chi ce l’ha fatta, importanti esempi che servono oggi più che mai.

L’artista ha voluto creare questa installazione per farci riflettere sia sulla velocità dello sviluppo tecnologico nell’ambito della comunicazione, sia su una questione molto attuale, ovvero i flussi migratori: le storie che ascoltiamo durano dai due ai quindici minuti e sono raccontate dai protagonisti stessi sia in inglese che nella loro lingua madre, e le loro testimonianze sono state raccolte da Mojadidi nei vari quartieri newyorchesi. Cosa ci vuole dimostrare l’artista? Come la politica di chiusura voluta da Donald Trump sia sbagliata, poiché gli Stati Uniti d’America sono nati come terra delle opportunità per tutti, un luogo dove provare a realizzare i propri sogni, magari scappando dalla miseria. Dopotutto negli USA non sono praticamente tutti degli immigrati? I Padri Pellegrini non salparono dalle coste inglesi per migrare verso una nuova terra dove vivere serenamente?

Coloro che entreranno nelle cabine telefoniche e parteciperanno attivamente a Once Upon a Place avranno la possibilità di saperne di più dei testimoni di queste storie di migrazione grazie a delle speciali rubriche telefoniche. Inoltre saranno invitati a raccontare a loro volta storie di viaggi e migrazioni, contribuendo ad arricchire questo prezioso archivio.

Dunque c’era una volta un posto che era un crocevia di emozioni, di parole, di comunicazioni ordinarie e straordinarie, un luogo capace di isolarti dal caos cittadino, piccolo parallelepipedo in cui trovare il silenzio per comunicare, per mantenere i legami. C’era una volta un posto che oggi non esiste più, le nostre esigenze comunicative si sono evolute, ma che torna a vivere grazie all’arte e all’impegno sociale. Alzare la cornetta da gesto vintage si fa gesto di partecipazione dimostrando come il dialogo e l’ascolto siano le medicine più potenti contro il razzismo e la xenofobia.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.