“Aiutiamoli a casa loro”: il dramma dei migranti che nessuno vuole

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“Aiutiamoli a casa loro”: il dramma dei migranti che nessuno vuole

"Aiutiamoli a casa loro": il dramma dei migranti che nessuno vuoleNessuno vuole i migranti. Non è polemica, né vittimismo, ma una semplice, seppur cinica, constatazione: nessuno vuole i migranti. Non li vuole l’Europa, che alla riunione dei ministri dell’interno europei a Tallinn, appena conclusa, non ha preso nessun impegno nei confronti della crisi migratoria; non li vuole la Turchia, che ha ben pensato di costruire un muro, sulle orme dell’Ungheria, al confine con la Siria. Non li vuole la Francia, con il neo presidente Macron che chiude i porti – in realtà mai aperti – del suo paese allo sbarco di navi con a bordo migranti, e decide di tenere chiuso il confine a Ventimiglia, rendendo la città ligure l’ultimo approdo di centinaia di persone. Non li vuole la Spagna, che a parole appoggia l’Italia ma a fatti si ritrae; non li vuole l’Austria, che minaccia di schierare l’esercito al confine con il Brennero. E, soprattutto, non li vuole neanche l’Italia, in cui i venti elettorali hanno spinto a dire a tutti i partiti «Aiutamoli a casa loro», in una triste replica del mantra di Matteo Salvini – l’ultimo in ordine cronologico ad unirsi al coro, l’altro Matteo della nostra politica, Renzi.

Ma la questione è più complessa di come appare: c’è un continente intero che spinge al di là del Mediterraneo, affamato da carestie e insanguinato da guerre, e i migranti non sono che l’ultima tessera di un puzzle, la conseguenza più visibile di un processo che da un parte vede uno sviluppo demografico incredibile (un tasso di natalità che a seconda dei paesi va dal 20 a 50 su 1000 abitanti abbinato ad un enorme calo della mortalità infantile) e dall’altra un continente troppo dilaniato per offrire un futuro ai suoi abitanti.

Sono molte le questioni da affrontare quando si vuole veramente il problema delle migrazioni di massa, che passano dall’essere di natura legale, ad altre di ordine etico e politico. Prendendo spunto dai fatti di cronaca – le ultime dichiarazioni di Macron -, e da uno degli slogan più amati da certi ambienti politici, bisognerebbe prima di tutto distinguere tra migranti economici e rifugiati politici, e di come la legislazione internazionale tratta il tema diversamente: i secondi sono da accogliere, i primi da allontanare, a maggior ragione se entrati illegalmente in un paese.

"Aiutiamoli a casa loro": il dramma dei migranti che nessuno vuoleOvviamente aprire le porte a tutti è impossibile, sebbene questa crisi migratoria sia ben più esasperata di quanto non sia in realtà, e fondamentalmente perché l’Italia, paese geograficamente più vicino alle coste libiche, da dove oramai parte la tratta attraverso il Mediterraneo, e idealmente semplice punto di arrivo e di transito per i migranti, è diventata invece la loro riluttante carceriera.  I rifiuti degli altri paesi europei di fronte alle quote di ripartizione dei migranti sembra assurdo quando meno a confronto con la realtà dei numeri: nell’Unione Europea vivono circa 511 milioni di persone, un numero enorme se comparato con quello dei profughi arrivati nell’Unione, circa 97 mila da gennaio a fine giugno 2017.

Eppure quella che sta succedendo negli ultimi anni viene sempre più percepita come un’invasione, tesi sospinta da un’opinione pubblica spesso facilmente influenzata da una copertura mediatica che tende a guardare solo il proprio orticello – ignorando il milione di profughi accolti dalla Germania o i migranti accolti da Austria e Svezia – e che quindi detta l’agenda dei partiti, nel nostro paese perennemente in balia del vento elettorale. E di fronte a questi cori populisti che in alcuni paesi si sono già trasformati in fatti – la netta opposizione di molti paesi dell’Europa dell’est, Ungheria in primis – emerge ancora più chiaramente la debolezza dell’Europa, che giace nel suo non essere un corpo politico omogeneo, ma un insieme di stati che si muovono in ordine sparso. Questo è emerso ancora più chiaramente all’indomani della riunione dei ministri degli interni di Tallinn: sì a più fondi per installare in Libia un centro di coordinamento marittimo, sì alla regolamentazione del comportamento delle Ong, sì all’incremento delle quote di ricollocazione, ma no all’apertura dei porti degli altri paesi.

E la prima a prendere le distanze è proprio la Francia, che decidendo di tracciare una linea netta tra migranti economici e profughi non solo ci pone davanti ad un serio problema etico (cosa fare quando si salva la gente in mare? Salviamo solo quelli si proclamo rifugiati politici e gli altri li lasciamo annegare? E come li distinguiamo con assoluta certezza? È davvero così facile ignorare quel “principio di umanità” che molti filosofi hanno individuato come il motore e la giustificazione di ogni aiuto?) ma anche decide di ignorare una situazione di cui è stata uno dei principali artefici, la Libia.

Perché i flussi migratori dettati da necessità economiche non sono certo un’invenzione degli ultimi anni in un continente come l’Africa, ma prima della guerra civile, e soprattutto della deposizione di Gheddafi, la Libia fungeva da diga a questi flussi, in quanto il regime teneva unite popolazioni che storicamente non lo sono mai state, dalla Tripolitania alla Cirenaica, passando per tutte le tribù. La caduta del regime e la conseguente guerra civile, e la divisione del paese in due fazioni, hanno creato un vuoto di potere facilmente sfruttato dagli scafisti, che in assenza di una forte struttura statale negli ultimi anni hanno potuto prendere possesso delle rotte marittime praticamente indisturbati, vendendo speranze che odorano di morte a persone che scappano da guerre, carestie e mancanza di lavoro. Perché l’Africa, ricchissima di materie prime, è un continente devastato da guerre per procura: se il colonialismo ottocentesco non c’è più, una nuova forma, economica e dettata da multinazionali, impera. Gli interessi dei nuovi colonialisti si scontrano sul continente, deponendo o sostenendo regimi a seconda dei propri interessi, e gli investimenti sono anche politici, fondamentalmente tesi a contrastare la penetrazione cinese, che punta ad aprire sempre nuovi mercati per la sua economia in espansione e a mettere le mani su materie prima.

L’Africa, nuovo terreno di acquisizione economica, sembra essere di tutti fuorché dei suoi abitanti: e «aiutare i migranti a casa loro» non sarà possibile finché il mondo occidentale, Unione Europea in primis, non saranno disposti a cambiare il loro paradigma di visione del mondo, impegnandosi per sostenere un vero sviluppo in loco, piuttosto che ricavare profitti sulla loro pelle.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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