Il Vortice Filosofico – La crisi depressiva moderna attraverso Fantozzi

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Il Vortice Filosofico – La crisi depressiva moderna attraverso Fantozzi

Il Vortice Filosofico – La crisi depressiva moderna attraverso FantozziPlatone, Descartes, Hobbes, Kierkegaard Freud, Sartre e… Fantozzi. Non è un “trova l’intruso”, bensì la supposizione che la celebre maschera comica del cinema italiano possa contribuire non poco a comprendere la mappa emotiva umana e, con particolare brillantezza, la crisi epidemica depressiva del nostro tempo. Le avventure del ragioniere più goffo d’Italia insinuano nello spettatore un riso sui generis, nel quale comico e tragico si fondono senza distinzione: la saga fantozziana continua a toccare gli animi delle persone, anche dei più giovani, in quanto capace di trascendere le brevi partizioni temporali e di portare alla luce qualcosa di ciascuno che nella medietà quotidiana rimane represso. Guardare un Fantozzi ha molto in comune con un’azione di respiro psicanalitico: nella visione ci si sente parte della narrazione e si matura la convinzione che quella indossata da Ugo e della sua famiglia non sia affatto una maschera, bensì la comune realtà, la propria realtà. Ma come è possibile che le persone reputino comico uno spettacolo che ricorda loro la mestizia esistenziale? È la magistrale abilità messa in campo da Paolo Villaggio a rendere possibile questa intrigante contraddizione: il maestro è in grado da decenni di portare gli italiani in quel posto dove da soli faticano così tanto a dirigersi. Il locus in questione è il crocevia tra la noia esistenziale, la vita e la forza di affrontare onestamente l’analisi della propria parabola terrestre: Fantozzi, più di un affermato dirigente di successo e meglio di un rassegnato indolenzito, è in grado di alzare lo sguardo da terra dinnanzi a questo doloroso incrocio per la mente umana.

Il Vortice Filosofico – La crisi depressiva moderna attraverso FantozziLa direzione dello sguardo di Ugo è quella di chi non è bagnato di presunzione, ma al contempo sa che la vita non è altro che un mettere in fila tentativi: il nostro tempo ha radicalizzato la genesi di un fenomeno sociale decadente che ha preso piede a partire dalla seconda metà del Novecento e che, così sapientemente raccontato da Villaggio, è divenuto uno spazio di crescente disagio psicologico, alla radice del quale sta una vera e propria epidemia depressiva, promossa da un sistema educativo e sociale fondato nell’idea di successo e affermazione. È su questo tema che qualche giorno addietro si è concentrato un articolo di Mark Rice-Oxley, opinionista del Guardian e autore di molte ricerche nel campo della salute mentale: egli ha sostenuto che dietro l’esercito dei realizzati della nostra società vive una parimenti ampia schiera di uomini «sull’orlo di scoppiare», una moltitudine di depressi che il successo non può curare, come non può farlo l’abuso di medicinali antidepressivi. La nostra epoca dalle semplicistiche ed immediate soluzioni deve invece, piuttosto urgentemente, valutare interventi alternativi, prospettive che si propongano di lavorare non sull’abolizione dei sintomi del disagio, quanto piuttosto sulla gestione delle radici originarie dello stesso. il tempo del “secondo come deve essere” necessita di riscoprire la via del “secondo come può essere”, affinché gli individui possano tornare a disegnare la propria esistenza secondo i propri sogni più profondi, le proprie dinamiche sentimentali, le personali aspirazioni e in accordo con i dettami morali di ciascuno di essi.

Il Vortice Filosofico – La crisi depressiva moderna attraverso FantozziLa crisi depressiva occidentale pressa la nostra società molto più di quanto non faccia quella finanziaria, tuttavia, in maniera funzionale alla conservazione di un certo modello economico- sociale dominante, essa viene messa in secondo piano e affrontata spesso solo superficialmente tanto dalle istituzioni, quanto dai singoli individui: da dove iniziare, dunque, la ricostruzione di un vero concetto di salute mentale, ad oggi così astratto, bistrattato e calpestato? Quale veicolo per la trasmissione di nuovi valori che salvaguardino la psiche umana dal doversi costringere in modelli di successo economico e sociale così stretti come quelli vigenti? Forse (la cautela su un tema si questo tipo è più che doverosa) la garanzia per una ricostruzione risiede nell’educazione, nel modo di aprire le possibilità del mondo alle future generazioni: pensare la contraddizione, problematizzare, domandarsi in maniera stimolante, confrontarsi e ricercare sono gli unici strumenti che abbiamo per convincere i nuovi e i vecchi che lo vorranno fare che quelle che indossiamo di volta in volta, ad ogni canonizzazione comportamentale, sono soltanto maschere, così stupide e allo stesso tempo così pericolose. Mettere una maschera piuttosto che un’altra ad un essere umano nel modo costrittivo che tende a proporre la nostra epoca, nega in partenza la possibilità della differenziazione e riduce la tavolozza dei colori del mondo: una danzante e variopinta composizione, quella che da sempre può essere l’insieme degli umani, rischia sempre più di ingrigirsi e adagiarsi in un cupo e grigio fermo immagine. Educare alla sconfitta, all’eterogeneità dei modelli, alla diversità e alla difficoltà significa primariamente proteggere il dinamismo del mondo, garantirne lo svolgimento, mettendo al riparo l’uomo, per quanto possibile, dalla noia immobilizzante.

A pochi giorni dalla sua scomparsa, al di là degli infiniti attestati di stima e di encomio professionale, quello che deve rimanere nei confronti di Paolo Villaggio è una profonda riconoscenza da parte di tutti noi per averci instradato, col suo geniale personaggio, forse il più filosofico della televisione italiana, verso il cambiamento, la rigenerazione dell’anima e del pensiero. Fantozzi insegna a trascendere gli stereotipi, non senza però prima aver con loro armeggiato e riflettuto. Il ragionier Ugo è un magnifico teorico della contraddizione e dei suoi più fecondi frutti.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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