Music & Poetry – “Uomini soli”, perduti per sempre in un mondo troppo vasto

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Music & Poetry – “Uomini soli”, perduti per sempre in un mondo troppo vasto

Music & Poetry - Uomini soli, oggi e per sempre, perduti in un mondo troppo vasto
Da solo su una nave con migliaia di persone, Novecento di Baricco

«La Terra è una nave troppo grande per me, è una donna troppo bella, è un viaggio troppo lungo, è un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare». Questo dice Danny Boodman T.D. Lemon Novecento alla fine del suo monologo, nonché della sua vita, nel libro Novecento. Novecento non disprezza la terra, tutt’altro: la vede come la più bella delle melodie possibili. Una melodia che, però, non sarà mai in grado di suonare, non gli apparterrà mai. Non è il suo pianoforte, la terra è lo strumento di Dio. E lui, cresciuto e vissuto per tutta la sua vita su una nave, non ha di certo voglia, né sente il bisogno, di sostituirsi a Dio. E allora basta un attimo e qualche carica esplosiva per andarsene senza troppi piagnistei, con quel pianoforte immaginario che suona sotto le sue dita.
E noi? Noi restiamo qua, a guardare la nave esplodere e a sentirci un po’ come quel pianista. Ci guardiamo intorno e ci sentiamo tristemente inadeguati, ci sentiamo sognatori senza sonno. E sì, ci sentiamo soli. Con Uomini soli, canzone che oggi passa fra le righe della nostra rubrica, i Pooh hanno trionfato a Sanremo ’90.

Ed è paradossale, perché, anche sforzandoci, non riusciamo a trovare canzone che sia più distante concettualmente dall’ambiente del Festival. Ma sono ben altre le domande che meritano la nostra attenzione, domande come, ad esempio, quella che si fa Dodi alla fine di questa prima strofa. «Ma perché ogni giorno viene sera?». La canzone è tutta qui, tutta in questa semplice domanda. A farsela non è solo Dodi, ma tutti quegli uomini un po’ troppo sensibili, perduti, con gli occhi che guardano il sogno e i piedi che vanno verso la realtà. Quegli uomini che alla fine della giornata vedono arrivare la sera e vorrebbero davvero trovarci un senso, vorrebbero davvero non avere quella sensazione di vuoto, ma non ci possono fare niente.

A Dodi risponde Red, che prova a spiegarci perché ci sentiamo così nulli. Il compito non è per niente facile. La domanda è di quelle che affolla la mente di pittori, poeti e artisti in generale dalla notte dei tempi.

A volte un uomo è da solo
perché ha in testa strani tarli,
perché ha paura del sesso
o per la smania di successo.
Per scrivere il romanzo che ha di dentro,
perché la vita l’ha già messo al muro
o perché in mondo falso è un uomo vero.

Music & Poetry - Uomini soli, oggi e per sempre, perduti in un mondo troppo vasto
1990, vittoria a Sanremo

Perché siamo Uomini soli?
Gli strani tarli. Tutte le nostre piccole miserie, i nostri peccati, i rimpianti e gli errori. E ovviamente largo al sesso e al successo, per cui tanto ci affanniamo e per i quali siamo disposti ad annullarci, a renderci estranei a noi stessi. Al di là dei sogni, del romanzo che tutti abbiamo dentro, c’è una considerazione che gioca a nostro vantaggio: forse in questo mondo terrificante, che giorno dopo giorno sembra allontanarsi da noi come navi in partenza da un porto, forse soffriamo Perché siamo persone oneste, Perché siamo uomini veri. Forse.
E allora, nella disperazione più totale, arriva Facchinetti. Arriva e urla al cielo, a Dio, a qualcuno di indefinito lassù. Urla perché la Terra ci sta facendo paura, perché stiamo perdendo. Perché qua è una strage, è un gioco al massacro. E pazienza se non crediamo in Dio, siamo così privi di speranze che oggi una preghiera gliela urliamo comunque. O una bestemmia, che è più o meno la stessa cosa.

Dio delle città e dell’immensità,
se è vero che ci sei e hai viaggiato più di noi
vediamo se si può imparare questa vita
e magari un po’ cambiarla prima che ci cambi lei.
Vediamo se si può farci amare come siamo,
senza violentarsi più con nevrosi e gelosie,
perché questa vita stende
e chi è steso dorme o muore, oppure fa l’amore.

Torniamo sempre lì. Facciamo giri assurdi, viaggi interminabili, viviamo avventure pazzesche, ma torniamo sempre lì: all’amore. Dopo tutto quello che abbiamo detto, dopo esserci condannati per ogni nostro tarlo, per ogni nostro sbaglio, dopo aver abbandonato sogni e desideri, l’amore è l’ultima stanza che sentiamo di voler abitare. L’unico anelito di speranza a cui aggrapparsi in una vita che sembra sempre di più una foresta di meschinità e cattiverie.  Perché di morire, tutto sommato, facciamo anche a meno.

Ci sono uomini soli
per la sete d’avventura,
perché han studiato da prete
o per vent’anni di galera.
Per madri che non li hanno mai svezzati,
per donne che li han rivoltati e persi
o solo perché sono dei diversi.

Music & Poetry - Uomini soli, oggi e per sempre, perduti in un mondo troppo vasto
Solitudine fa spesso rima con stazione

C’è ogni cosa, ogni aspetto della vita in questa strofa di Stefano D’Orazio. C’è la voglia di non sapere, la voglia di scoprire e di farsi scoprire. C’è la religione, con quella sua tendenza a farti smarrire la strada più che a trovarla. E ci sono gli errori, quelli abnormi, quelli da galera. Quelli che ti cambiano per sempre. L’amore dei genitori, l’importanza che può avere se ce l’hai e come ti cambia se invece ti viene negato. Ci sono le donne, le donne ci sono sempre. La fusione di quanto c’è di peggiore e quanto c’è di migliore al mondo. Magiche e terribili (secondo il vecchio Hank). D’Orazio ci canta tutta la vita in una manciata di secondi e chiude con una considerazione che fa male, ma che sospettavamo. Siamo noi il problema? Siamo realmente così diversi da essere condannati? Condannati ad essere Uomini soli?

La certezza non c’è. Non c’è mai.
Ma Dio delle città e dell’immensità,
magari tu ci sei e problemi non ne hai,
ma quaggiù non siamo in cielo
e se un uomo perde il filo è soltanto un uomo solo.

Basta poco per perdersi, troppo poco. E quando ti perdi non è importante dov’eri prima, perché sai che non ci puoi tornare, è importante chi hai accanto. Perché possiamo giocare a fare i duri tutta la vita, ma da soli non siamo niente. E siamo Uomini soli. Siamo sottili come carta, fragili come un soffione e stiamo tutti cercando due braccia in cui cadere senza pensare a niente. Senza quella paura di essere soli, senza i nostri “come” e i nostri “perché”. Per quello non dobbiamo perdere il filo, perché rimanere soli è come conoscere la morte in vita.
E la morte è una “cagata pazzesca, avrebbe detto un ragioniere di nostra conoscenza.

Li incontri dove la gente
viaggia e va a telefonare
col dopobarba che sa di pioggia
e la ventiquattro ore
perduti nel Corriere della Sera
nel va e vieni di una cameriera
Ma perché ogni giorno viene sera?

A volte un uomo è da solo
perché ha in testa strani tarli
perché ha paura del sesso
o per la smania di successo
per scrivere il romanzo che ha di dentro
perché la vita l’ha già messo al muro
o perché in mondo falso è un un uomo vero.

Dio delle città e dell’immensità
se è vero che ci sei e hai viaggiato più di noi
vediamo se si può imparare questa vita
e magari un po’ cambiarla prima che ci cambi lei
Vediamo se si può farci amare come siamo
senza violentarsi più con nevrosi e gelosie
perché questa vita stende e chi è steso
dorme o muore oppure fa l’amore

Ci sono uomini soli
per la sete d’avventura
perché han studiato da prete
o per vent’anni di galera
per madri che non li hanno mai svezzati
per donne che li han rivoltati e persi
o solo perché sono dei diversi

Dio delle città e dell’immensità
se è vero che ci sei e hai viaggiato più di noi
vediamo se si può imparare queste donne
e cambiare un po’ per loro e cambiarle un po’ per noi
Ma Dio delle città e dell’immensità
magari tu ci sei e problemi non ne hai
ma quaggiù non siamo in cielo e se un uomo
perde il filo è soltanto un uomo solo

https://www.youtube.com/watch?v=ztvFXUAFucg

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

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