Arte contemporanea: specchio della società o business?

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Arte contemporanea: specchio della società o business?

Arte contemporanea: specchio della società o business?
Banksy, Mural a Dover, 2017

La dimensione sociale alla quale l’arte dovrebbe essere strettamente connessa, come veicolo di cultura e di informazione, sembra ad un primo sguardo evaporata. Il distacco dalla classe popolare sembra essere incolmabile, tanto che il contemporaneo è spesso visto come un trastullo inutile dell’élite. L’arte contemporanea appare agli occhi di tutti come un bene, sì, di enorme valore, ma economico. Davvero tutta l’arte è diventata unicamente un passatempo per pochi perdendo tutta la potenza comunicativa che da sempre la contraddistingue?

Da qualche mese su Artribune viene pubblicata la rubrica #presentense redatta dallo storico dell’arte Christian Caliandro. Gli articoli si incentrano sull’arte del XXI secolo, indagando su speranze e paure di un mondo che spacca la società in due. In particolare su #presentese (IX). Rivedere l’arte contemporanea si è affrontato il legame tra arte e società. L’autore afferma che negli ultimi decenni il divario tra le due realtà sia divenuto quasi incolmabile, aprendo però un barlume di speranza su un possibile prossimo cambiamento. Quest’inversione di rotta potrebbe essere dovuta ad un nuovo avvicinamento alle logiche comunitarie. Visti, però, gli ultimi sviluppi politico – economici mondiali la strada verso questa direzione sembra essere ancora lunga e piena di ostacoli.

Arte contemporanea: specchio della società o business?
Damien Hirst, For the love of God (2007)

Condivido come esplicitato in #presentense (I) che la più grande rovina sia la paura della collettività: per quanto possa apparire assurdo nell’era della globalizzazione, questo sintomo di diffidenza ne è forse la reazione diretta. Agli artisti degli ultimi decenni manca, in molti casi, la mentalità collaborativa, che invece ha fortemente caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta, dove i collettivi erano una risposta di gruppo alla ferita che i conflitti mondiali avevano impresso indelebilmente nella vita di tutti. Questa carenza è di fatto un malessere che affligge oggi ogni ambito sociale, non solo quello artistico. Possibile che sia solo la paura ad unire? Non basta il ricordo della storia per tenere lontano devastanti forme di predominio sociale – politico – economico? É necessario vivere certe esperienze in prima persona per assumerne piena consapevolezza?

Proprio in questo l’arte dovrebbe aiutarci, sottoponendoci i quesiti da un punto di vista differente e spingendoci a riflettere. Siamo sicuri che l’arte non assolva questo ruolo?

È vero sì che, come sostiene Caliandro, l’arte contemporanea si sia dedicata recentemente ad «elaborare articolati ed esclusivi rituali sociali». Basti pensare ai vernissage, dove la maggior parte dei presenti è più interessata a sfoggiare l’abito della festa, sorseggiare vino e abbuffarsi di tartine, che alle opere d’arte, sfruttate solo come simbolo per identificare il loro status sociale; luoghi in cui l’obiettivo primario risulta essere non quello di diffondere cultura, quanto il veicolare denaro e sfarzo. Non condivido però che sia stata l’arte in sé a dedicarsi poco «a ricostruire e ampliare la sua dimensione sociale, e il proprio impatto sulla vita collettiva».

Arte contemporanea: specchio della società o business?
Cappella Sistina, Roma

Il vero “problema” consiste nella gabbia in cui l’arte viene in un certo qual senso intrappolata. L’ingresso nel circuito generato dai vari e molti attori che compongono il Sistema dell’Arte Contemporanea (critici, curatori, galleristi, collezionisti, istituzioni, case d’asta…) condiziona l’artista e le sue opere, che subiscono l’accusa di essere solo tessere di un business immenso. È necessario considerare però che l’artista appoggiandosi a questa grande potenza riesce a raggiungere una popolarità maggiore. Una popolarità che non deve essere vista solo con accezione negativa: tramite investimenti finanziari, sensazionalismo mediatico e spettacolarizzazione si diffonde nel tessuto sociale.

Se a ricoprire l’arte contemporanea c’è una patina d’oro che imprime una certa diffidenza, non bisogna dimenticare che l’opera in sé spesso è portatrice di contenuti dissacranti e contraddittori rispetto al contenitore, una sorta di ‘cavallo di troia’. Essa sarà quindi in grado di trasmettere la sua vera essenza a chi si approccerà con curiosità leggendo tra le righe il vero messaggio.

Arte contemporanea: specchio della società o business?
NYX Milan

Già nel 1975 Andy Warhol aveva affermato che «La Business art è il gradino subito dopo l’Arte». Che l’arte e il mercato siano strettamente legate l’una all’altro è ormai indiscutibile, e per quanto gli artisti cerchino di starne fuori ne rimangono egualmente coinvolti. C’è chi però giocando con il sistema come il writer Banksy, che pur celando la sua vera identità ed attirando per ciò su di sé regolarmente attenzioni, continua a mettere al primo posto l’opera con immagini fortemente legate alla società e chi casca nella trappola dando vita ad ‘un’inutile bellezza’. Questa condizione di irrilevanza apparente dell’arte contemporanea è ben testimoniata dalla recente apertura dell’albergo-museo Nyx Milan Hotel a Milano. Nella nuova struttura la street art, per definizione legata allo spazio pubblico ed solitamente immersa nella quotidianità, è stata relegata in un ambito elitario, finendo per perdere credibilità e risultare mera decorazione di uno spazio esclusivo.

Arte contemporanea: specchio della società o business?
Banksy, Nobody likes me

L’inclusività resta una delle chiavi di sopravvivenza per la cultura e la lotta all’emarginazione. Un’inclusività basata sulla semplificazione della comunicazione da parte degli addetti ai lavori, che con la retorica non fanno altro che allontanare le persone. In quanto, come ultimamente dimostrato da un’App sviluppata e sperimentata con i bambini, il messaggio che gli artisti vogliono tramettere è spesso più intuitivo di quanto si possa pensare.

Essere, avere ed apparire sono tutti verbi indissolubilmente legati alla nostra quotidianità e di conseguenza riportati anche nell’ambito dell’arte, ma non ne saranno certo causa di fini catastrofiche, come non lo sarà la spettacolarizzazione. Ricordiamoci quanto scenografico e spettacolare possa essere la visione della Cappella Sistina e non dimentichiamoci quanto lo sia stata per i visitatori del tempo. A salvarci sarà la meraviglia che ogni vera opera d’arte da sempre sa generare nel fruitore e non il valore economico attribuito dal sistema capitalistico. Se essa poi produca un ritorno economico sul territorio e la società ben venga, ma questo è un altro discorso.

Greta Canepa per MIfacciodiCultura

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