Philosophy for Children, filosofia senza età: dai bambini alle carceri minorili

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Philosophy for Children, filosofia senza età: dai bambini alle carceri minorili

Luca Mori

La filosofia per bambini è uno dei nodi cruciali che oggi l’indagine filosofica sta approfondendo, sempre con maggiore cura e ampiezza. L’ultimo progetto è I Care di Valeria Genova, laureata in Filosofia a Venezia, e Anita Santalucia, laureata in Filosofia a Napoli e insegnante di Philosophy for Children and for community.
L’ambizioso progetto delle due ricercatrici è quello di portare la filosofia, o meglio, il metodo filosofico e l’approccio filosofico nelle carceri minorili. Quella che darà il via al progetto sarà quella di Treviso.

Ma cosa significa “Filosofia per bambini”? A tal proposito ci è utile fare un passo indietro e ricordare che la Philosophy for Children è un tentativo pedagogico e didattico, idealizzato e portato avanti, dagli anni Settanta, da Matthew Lipman.

Il programma della Philosophy for children costituisce un esempio dell’applicazione della ricerca all’educazione. Questo significa che, invece di aspettare che gli alunni memorizzino le altrui conclusioni, così come vengono esposte nei manuali, si chiede loro di esplorare ogni area disciplinare e di riflettere autonomamente. Essere ricercatori equivale ad indagare attivamente e instancabilmente domandare, essere sempre attenti a connessioni e differenze mai percepite prima, costantemente pronti ad operare confronti, ad analizzare e a costruire ipotesi, a sperimentare e ad osservare, a misurare e a mettere alla prova. 

Questo metodo si basa sui comitati di ricerca, ovvero è un’applicazione della filosofia, la quale va praticata all’interno di gruppi e non in solitudine, poiché lavorare in comunità è utile per «sviluppare discussioni aperte e vivaci su temi filosofici […], ciascuno si sente incoraggiato ad osservare le procedure degli altri e a richiamare l’attenzione sulle infrazioni».

Lipman con una classe di bambini

Questo, riportato alle comunità delle carceri minorili, significa per le ricercatrici voler  «dimostrare ai ragazzi del carcere che il pensiero è libero, nonostante nasca dentro quattro mura: se ci si pone un obiettivo, una speranza, un’idea, si può raggiungere la dimensione del futuro con il pensiero, dunque con una sorta di libertà».

Ciò che si associa alla filosofia, comunemente, è la capacità di pensare liberamente, criticamente, ovvero l’operare un giudizio di fronte a una tematica che ci viene posta. Così facendo, però, sembra quasi che esista una categoria, a parte, che possieda queste capacità di ragionamento. Il filosofo, perciò, diviene un tipo, un essere che viene a denotarsi per le sue caratteristiche, a volte cadendo anche in certi stereotipi (la barba lunga, lo sguardo perso nel vuoto, l’aria di chi è immerso in chissà quali pensieri).

La filosofia nelle classi minori

Questo è un approccio sciocco. Dunque la Philosophy for Children è anche il modo per far entrare, quasi in una maniera sottocutanea, il modo filosofico, che altro non è che il didonai logon, il ragionamento causale, la ricerca incessante del “perché” accadano certi eventi. Questa è l’eredità socratica, oltre alla ricerca continua della definizione dei nostri concetti, tanto che Heidegger reputa la domanda « Che cos’è la filosofia», una domanda condizionata dal modo greco di ragionare.

La Philosophy for Children è il giusto trampolino per cominciare a pensare, non una “storia della filosofia”, ma un modo per suscitare quell’anelito alla ricerca, alla comprensione, quel soffio di stupore che, per Aristotele, è l’inizio del filosofare.

Ovviamente, non è la ricetta ad ogni male, ma un tentativo, in una società che non permette errori, di voler istillare nelle giovani menti un modo “nuovo” di concepire la realtà, un metodo che ha smesso di essere praticato quando la nozione di utilità ha soppiantato qualsiasi indizio di futilità, fosse anche quello arcano del pensare filosoficamente.
Per concludere, riporto le parole del Prof. Mori dell’Università di Pisa: «È un peccato che [la filosofia] la  si studi solo al liceo o all’università: bisognerebbe dare a tutti la possibilità di “incontrarla” fin da piccoli. Magari non come materia ma come una sorta di palestra: un luogo di esercizio dove prendersi cura di sé e dei problemi degli altri».

Edoardo Poli per MIfacciodiCultura

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