Wisława Szymborska, poetessa del quotidiano

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Wisława Szymborska, poetessa del quotidiano

Wisława Szymborska1 (1)Wisława Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1° febbraio 2012), la poetessa che vinse il Nobel per la letteratura nel 1996, nasce a Bnin, quartiere di Kórnik, in Polonia, ma molto presto, ancora bambina, si trasferisce a Cracovia, città in cui si forma e passa la sua vita.

Sotto l’occupazione tedesca, appena maggiorenne inizia a lavorare come impiegata alle ferrovie, cosa che le permetterà di evitare la deportazione. All’Università sceglie Lettere e poi Sociologia, ma deve abbandonare gli studi a causa delle scarse possibilità economiche: diventa segretaria di redazione e nel contempo compone poesie. Szymborska non è uno di quegli intellettuali avulsi dal suo tempo, anzi all’epoca della PRL (Repubblica Popolare di Polonia) nel periodo dopo il secondo conflitto mondiale, aderì all’ideologia sovietica tanto da sottoscrivere petizioni, elogiare Stalin e Lenin e contaminare la sua poetica con il realismo socialista, come nelle raccolte di esordio Dla tego żyjemy (Per questo viviamo), 1952; Pytania zadawane sobie (Domande poste a se stessi), 1954.
L’adesione alla dottrina comunista, resa esplicita nelle rime con cui sprona all’azione, dura fino al 1960, cioè fino a che si distacca ufficialmente dal partito e instaura contatti con i dissidenti che formeranno Solidarność: prende le distanze dalle prime due raccolte di poesie, considerate “peccato di gioventù”, non rinnegate ma messe da parte come qualcosa che non la rappresenta più.

Nelle poesie successive, come in Widok z ziarnkiem piasku (Vista con granello di sabbia), 1996 o Dwukropek (Due punti), 2005, non è più presente il filtro politico, ma emerge ciò che è veramente l’oggetto di ricerca della poetessa: il quotidiano, visto con gli occhi della semplicità e dell’ironia.

Per capire quale fosse il motore della sua ispirazione, e quindi la “definizione” che Szymborska ci può dare del poeta e della poesia, non c’è miglior riferimento che il discorso che fece nell’accettare il premio Nobel nel 1996:

I poeti, se sono genuini, devono anche continuare a ripetere “Io non so”. Ciascuna poesia sottolinea lo sforzo di rispondere a questa affermazione, ma non appena il punto finale tocca la pagina, il poeta inizia a esitare, comincia a realizzare che questa particolare risposta era solamente un rattoppo, assolutamente inadeguato oltretutto. Così il poeta continua a fare tentativi, e prima o dopo i risultati che conseguono la loro auto-insoddisfazione li si ritrova pinzati insieme con una gigantesca graffetta e vengono definiti loro “Oeuvre”…

Proprio così, elemento fondante è il non sapere, non come di rinuncia alla comprensione ─ è, al contrario, l’affermazione alla curiosità come principio ermeneutico, da cui discende tutto il suo poetare. È alla luca di questo che si comprende perché i soggetti delle poesie siano momenti della vita quotidiana: ad ogni problema risolto ne corrisponde uno nuovo, che dobbiamo con entusiasmo disporci ad indagare, non dobbiamo lasciarci trasportare dalla corrente anonima degli eventi per sopravvivere, dobbiamo invece vivere continuando a porci domande sulla realtà che ci circonda.

Wisława Szymborska2 (1)Ecco allora che il ruolo dell’intellettuale è quello non facile, forse nemmeno possibile o desiderabile, di seminare il dubbio: non si deve (o non si può?) arrivare ad avere risposte concrete sulle questioni esistenziali o essere depositari di chissà quale verità rivelata, bisogna invece non perdere il polso della realtà ­─ soprattutto l’interesse per essa.

Sempre dal discorso del Nobel:

Ecco perché io do grande importanza alla breve frase «Io non so». È piccola, ma vola su ali potenti. Espande le nostre vite fino a includere gli spazi tra noi, tanto quanto quelle esterne distese in cui la nostra minuscola Terra rimane sospesa.

Ecco dunque perché sceglie di comunicare con leggerezza la straordinarietà dell’ordinario e perché leggendo le sue poesie anche senza troppi strumenti critici ne rimaniamo ammaliati: perché è come avere accanto a sé un’allegra compagna del cammino della vita, che ha fatto le stesse esperienze di tutti, ma che da queste trae sempre nuova forza per proseguire, non stancamente ma abbracciando ciò che il futuro riserva con consapevolezza e curiosità.

Chiara Buratti per MIfacciodiCultura

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