Il Vortice Filosofico – Il problema di andare in vacanza da sé

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Il Vortice Filosofico – Il problema di andare in vacanza da sé

Il Vortice Filosofico – Il problema di andare in vacanza da séArriva l’estate e con essa, puntualmente, si ripresenta il dibattito sulla vacanza e sul suo significato: ma cosa aggiungere a riguardo? Non sono forse le vacanze semplicemente occasioni per staccare con la propria routine quotidiana? In realtà è sufficiente pensare a come ciascuno intende le vacanze per accorgersi che esistono modi molto eterogenei di spezzare l’abitudine. Ma è vero che per andare in vacanza bisogna viaggiare? Secondo quanto emerge dall’uso linguistico comune pare che la nostra società sia abituata a pensare le vacanze come la faccia di una medaglia che prevede necessariamente lo spostamento fisico: in realtà questa fissazione di noi moderni, così abituati a canonizzare le esperienze, persino quelle di godimento e rilassamento, ha radici molto lontane nel tempo; infatti se pensiamo agli antichi latini e ci appelliamo alla loro viva lingua, ci rendiamo conto di come la nostra espressione “vacanza” derivi dal neutro vacantia, vacantium che significa “cose vane e semplici”, a sua volta derivato dal verbo vaco, “vagare qua e là, procedere senza ordine”, il che suggerisce già un certo rapporto tra il tempo della vacanza e lo spostarsi dal luogo del quotidiano, in un’aura di totale rilassamento. È quindi davvero necessario viaggiare per staccare, meravigliarsi e crescere? Quali punti di forza e quali debolezze per il viaggiare umano?

Sul tema i filosofi sembrano avere idee tra loro contrastanti; tuttavia può essere interessante indagare la posizione di alcuni di essi per dare nuova spinta al dibattito sulla vacanza e sul viaggio: Agostino di Tagaste, già nel IV secolo, si schierava per i sostenitori dell’importanza del viaggio, tanto che amava dire che «il mondo è un libro e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina»; dello stesso avviso era il sapiente Seneca quando affermava che bisogna vivere con la convinzione che non si è nati «per un solo cantuccio e che la propria patria è il mondo intero». Certo viaggiare amplia gli orizzonti, mette in contatto con la diversità, stimola la meraviglia e dunque di conseguenza la crescita personale, eppure qualcosa può essere superficialmente tralasciato in un’analisi semplicistica ed entusiastica della messa in viaggio: Socrate, padre del pensiero occidentale e grande cosmopolita, aveva colto, ben sette secoli prima di Agostino, una certa contraddittorietà insita allo spostarsi, tanto che l’allievo Platone riporta queste sue parole:

Perché ti meravigli tanto se viaggiando ti sei annoiato? Portandoti dietro te stesso hai finito col viaggiare proprio con l’individuo dal quale volevi fuggire.

Il Vortice Filosofico – Il problema di andare in vacanza da sé
Agostino di Tagaste

La riflessione socratica sposta l’accento sul viaggio dal piano della funzione di divertissement a quello del suo valore di scelta esistenziale: tuttavia la critica è potente e adatta al nostro tempo, nel quale i periodi di libertà dagli impegni lavorativi sembrano sempre più interpretati come necessarie fughe non tanto dal proprio contesto quanto piuttosto da se stessi. Inoltre le parole del pensatore di Atene insinuano il dubbio, così carico di conseguenze pratiche, che tutti i valori positivi del viaggio prima descritti siano realizzabili solo se costruiti a partire da un’esistenza che non è in fuga da se stessa: apprezzare l’alieno, conoscere l’allotrio, provare una genuina meraviglia, sono esperienze di cui solo un vissuto ben stabilizzato può godere. Indagato un poco più sottopelle il viaggiare sembra ancorarsi ad una dimensione preparativa, aprente, che affonda le proprie radici immediatamente nel lavoro che ciascuno intraprende con il proprio : questa prospettiva filosofica, così antica e al contempo attuale, non a caso ha rappresentato il materiale da costruzione per il sostrato psicanalitico, anch’esso così devoto alla ricerca di una stabilità prossimale dell’individuo prima che alla dispersione nel viaggio. Quello che la modernità ha troppo spesso fatto è stato invertire l’ordine logico fondamentale che sussiste tra la ricerca e il viaggio: mettersi in viaggio per trovare senza prima aver con sé dei ritrovamenti “stabili” è un’operazione che conduce alla confusione dell’anima, all’essere figli di nessun luogo, laddove il cosmopolitismo invita ad esserlo di ogni luogo.

Il Vortice Filosofico – Il problema di andare in vacanza da séÈ al participio presente aggettivale latino vacans, “vuoto, libero, non occupato” che possiamo guardare con interesse se vogliamo riabilitare un senso profondo della dimensione pre-vacanziera e di quella del viaggio in genere: infatti questo stato di libertà dall’assillo della richiesta media giornaliera (l’otium dei latini) può essere l’occasione, più che per fuggire da noi stessi, di mettersi in cammino proprio verso il nostro essere più profondo, principio di ogni godimento e di ogni possibilità di arricchirsi e crescere nel viaggiare. Se può suonare paradossale il fatto che per muoversi, talvolta anche molto lontano, è prima di tutto necessario stare con i piedi ben piantati e fermi in noi, si pensi all’importanza che questa contraddittorietà apparente ha nell’aprire la fruizione della scoperta e della meraviglia più genuine: si è infatti tanto più forti e “padroni” del proprio intorno quanto più si riesce a tematizzare la contraddizione e il conflitto insiti alla vicissitudo, a qualsiasi àmbito dell’esistenza umana ci si riferisca di volta in volta.

Si può andare in vacanza da tutto, meno che da se stessi.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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