Tre anniversari di rottura nell’Arte: 1917, 1967 e 1997

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Tre anniversari di rottura nell’Arte: 1917, 1967 e 1997

Fontana di Marcel Duchamp, 1917

Nello studio dei fenomeni artistici, può risultare superficiale e discutibile prendere anni singoli come inizio o fine di una particolare tendenza estetica. Ciò non impedisce però di stabilire delle date convenzionali che segnano una chiara rottura nella Storia dell’Arte e quest’anno si possono ricordare proprio tre anniversari di rottura: il 1917, il 1967 e il 1997. Tre date in cui il mondo dell’Arte, in costitutiva crisi per la continua interrogazione su se stessa, è cambiato radicalmente.

Per il 1917 il pensiero va a Marcel Duchamp, che col suo Fontana arrivò a chiudere l’esperienza delle Avanguardie Storiche e portò all’anarchia formale dell’Arte contemporanea. Un’opera che mise definitivamente nel cassetto tutti gli “-ismi” del Modernismo di inizio Novecento (il Futurismo, il Cubismo, il Realismo…): un ready-made consistente in un orinatoio acquistato da una ditta a New York e firmato R. Mutt. Esso raffigurava innanzitutto un attacco violento al concetto occidentale tradizionale di Arte, in cui veniva data importanza solo alla resa finale delle opere e non al processo mentale-materiale e al contesto spazio-temporale da cui derivavano; in secondo luogo inscenava poi un’interrogazione sull’Arte e il concetto di “gusto”, tramite peraltro l’impatto del dis-gusto. Un’opera che quindi risultò totalmente di rottura nei confronti dell’Arte a livello storico ed essenziale.

Opere di Jannis Kounellis (sopra) e Giulio Paolini (sotto), 1967

Questo peraltro a cavallo delle due Guerre Mondiali, in un periodo di grande crisi dell’Occidente stesso. Una situazione molto simile a quella del 1967, dove in pieno Secondo Dopoguerra caratterizzato dall’ascesa incessante della società del benessere e dei consumi e dell’americanizzazione dell’Occidente, fece da spartiacque la mostra Arte Povera, curata dal critico d’Arte Germano Celant alla Galleria La Bertesca di Genova. Le opere di artisti come Jannis Kounellis e Giulio Paolini, nella loro apparente banalità sono invece molto dense di significato. Sono creazioni o ready-made prettamente contro-culturali, poiché basati su materiali “poveri” in quanto di scarto o non lavorati: in questo modo si contrappongono alla cultura di massa fondata sulla tecnica e sulla potenza, dando più importanza invece agli archetipi dell’umanità e della natura, con il concetto di “gesto” come azione di conoscenza prima che applicativa. Fu una vera e propria forza anti-sistema che paradossalmente finì per farsi sistema col passare degli anni, a causa dell’ascesa del sistema dell’Arte con come fulcro l’asse New York – Londra. Un sistema fondato sulla triade mercato/critici/artisti, in cui la definizione di Arte raggiunse il massimo della sua relatività costituendosi come merce a tutti gli effetti: un’opera cominciò a guadagnarsi l’etichetta di “opera d’Arte” grazie al concetto di valore economico, determinato dalla legge della domanda e dell’offerta.

Opere di Damien Hirst (sopra), Marcus Harvey (sx) e Tracey Emin (dx), 1997

Questo fenomeno venne messo a nudo dall’ultima esperienza di cui si celebra l’anniversario, ossia la mostra Sensation alla Royal Academy of Art di Londra nel 1997. Voluta fortemente e sostenuta da Charles Saatchi, businessman del mondo dell’advertising, le opere esposte erano risalenti alla schiera dei Young British Artists, artisti della scena britannica come Damien Hirst, Marcus Harvey e Tracey Emin, già noti nei contesti più underground per il loro forte spirito provocatorio. Un vero e proprio squalo in formaldeide, il dipinto di una assassina di bambini, una tenda in cui l’artista ha messo i nomi di chiunque con cui sia stata a letto: queste sono solo alcune delle opere di una mostra letteralmente sconvolgente e anticonformista. Una mostra che ha messo in evidenza il rapporto contemporaneo tra Arte ed Economia, i cui confini sono definitivamente cessati. Infatti, l’Arte che un tempo cercava prima la scissione dalla sua forma tradizionale, poi dalla nuova cultura di massa, è finita per navigare dentro essa, criticando la società al suo interno con uno spirito fortemente satirico.

E nel 2017? Ai posteri l’ardua sentenza…

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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