Amanda Knox dieci anni dopo: il distopico reality show della popolarità

0 659

Amanda Knox dieci anni dopo: il distopico reality show della popolarità

Amanda Knox dieci anni dopo: il distopico reality show della popolaritàRecentemente, la ex studentessa di Seattle Amanda Knox ha deciso di rendere pubblico il suo profilo Instagram annunciando questo “evento” su Twitter. La statunitense, ormai ventinovenne, divenne ben nota alla stampa e all’opinione pubblica mondiale nel novembre del 2007, quando fu accusata dell’omicidio della sua coinquilina Meredith Kercher, una studentessa inglese in Erasmus a Perugia.

Dopo un lunghissimo e travagliato iter giudiziario, la Knox e il suo fidanzato di allora, Raffaele Sollecito, sono stati assolti in via definitiva due anni fa. Ora, a vicenda conclusa, dopo dieci anni di contraddizioni, piste false e accuse varie Amanda Knox conduce una vita apparentemente normale, dove si mostra sorridente in varie fotografie che la ritraggono con il suo attuale compagno in vacanza in Europa. Ovviamente l’apertura del suo profilo Instagram, che equivale a una piccola finestra aperta sulla sua vita privata, ha fatto sì che migliaia di utenti si riversassero su questo social network per seguire e curiosare sul suo profilo. Al momento il suo profilo conta circa 18 mila seguaci e appare chiaro che una buona parte di questi la segua principalmente per pettegolezzo e diceria più che per un reale interessamento alla persona. Durante tutta la trafila giudiziaria il caso di Perugia era stato uno dei più commentati, chiacchierati e mediaticamente gonfiati sia in Italia che nel mondo anglosassone, data la nazionalità della vittima. Adesso pare che l’attenzione mediatica sui protagonisti di questa cupa pagina di cronaca nera italiana non si sia esaurita. All’inquietante, ma ormai consolidata, abitudine di trasformare le persone coinvolte in un caso di cronaca nera in personaggi pubblici o addirittura, in membri di un reality show (vittime o carnefici che siano) in questi ultimi anni si è aggiunta la tendenza a perpetrare questo sensazionalismo mediatico nel tempo, continuando ad indagare sulla vita di queste persone attraverso i social. La parte forse però più agghiacciante di questo scenario, è che i “vincitori” di questo reality show di popolarità siano proprio i personaggi più discussi e più ambigui, come nel caso di Amanda Knox.

Al di là della morbosa necessità di curiosare sul profilo di una persona accusata di omicidio, la cosa che più colpisce è che Amanda venga seguita su Instagram come se fosse un’amica o una conoscente e che lei stessa sia consapevole del fatto che la sua popolarità derivi dal suo coinvolgimento in un’indagine giudiziaria. Durante il periodo in cui era indagata, la Knox infatti era stata trasformata nel capro espiatorio e in una sorta di simbolo di tutti gli innocenti e di tutti i detenuti ingiustamente, con la sua indubbia complicità. La sua immagine quasi da martire era stata incorniciata da vari film, serie tv e anche da un’opera teatrale ispirata alla sua vicenda. Su questo palcoscenico in cui Amanda Knox, ora assolta e libera, e Raffaele Sollecito sono stati sempre nel proscenio, coi riflettori puntati e con tutta l’opinione pubblica che ascoltava i loro soliloqui nessuno sembra essersi interessato ai personaggi apparentemente secondari, ormai relegati al ruolo di comparse: la famiglia e gli amici della vittima.

Amanda Knox dieci anni dopo: il distopico reality show della popolaritàQuesto avviene perché suscita molto più interesse un innocente (o presunto tale) condannato ingiustamente piuttosto che una ragazza morta; e nell’attuale concezione sociale, in cui social network sono diventati la vetrina della propria vita, sarà sempre più popolare  una qualsiasi Amanda rispetto alla madre della vittima, della quale la maggior parte di chi commenta, segue e contribuisce ad alimentare questo orwelliano reality show della popolarità, non conosce neanche il nome.

A nessuno infatti interessa che la signora Arline Kercher, in un’intervista per La Repubblica, si sia detta «Delusa» e abbia definito la sentenza una «Sconfitta per il sistema giudiziario italiano»; ennesima brutta figura per il nostro paese. Ma tutto sommato forse è meglio così. È meglio che le famiglie delle vittime rimangano lontane dal furore mediatico, sebbene rischiando di cadere nell’oblio generale, piuttosto che diventare gli ennesimi manichini da vetrina ed essere indicati e giudicati da chiunque abbia la voglia e il tempo di digitare il loro nome su una barra di ricerca.

Francesco Carucci per MIfacciodiCultura

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.