Gaston Bachelard – Il filosofo dei “no” contro la “filosofia dei filosofi”

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Gaston Bachelard – Il filosofo dei “no” contro la “filosofia dei filosofi”

Gaston Bachelard
Gaston Bachelard

Francia, fine anni 50′ del ‘900. Siamo nel pieno dopoguerra: è un periodo burrascoso e che preannuncia grandi rivoluzioni culturali e filosofiche. A proposito di filosofia, la Francia non può che vantare un cocktail speculativo tra i più influenti e originali del secolo: Jean Paul Sartre, Simone De Beauvoir, Claude Lévi-Strauss, Paul Ricoeur, Jean Baudrillard, Jacques Derrida, tanto per dirne alcuni. Eppure costoro, nonostante la stazza e lo spessore intellettuale, in virtù della loro cerchia e del loro campo d’indagine, proprio a partire dalla fine del 1950 cominciarono a divenire bersaglio privilegiato dai luminari della sponda opposta. Cosa indispettiva della loro ricerca? I più hanno puntato il dito contro gli aspetti più umanistici, ”coscienzialistici”, spiritualisti e storicisti: era cioè una filosofia che rischiava pericolosamente di scivolare nell’individualità più disperata e chiusa, legata esclusivamente al suo essere-nel-mondo (mi si perdoni il concetto heideggeriano) e nella storia, perdendo di vista la dinamicità del progresso scientifico – certamente tra le accuse più significative- e prediligendo una riflessione interiore che poco aveva a che fare e che poco incoraggiava le più moderne teorie scientifiche. Tra i più accaniti sostenitori di queste accuse emerge la figura barbuta e rassicurante di Gaston Bachelard, nato a Bar-sur-Aube («un paese di ruscelli e di fiumi, in un angolo della Champagne vallonea, nella Vallage») il 27 giugno 1884 e morto a Parigi il 16 ottobre 1962.

Bachelard, oltre ad essere un epistemologo straordinariamente autonomo e indipendente all’interno del filone di pensiero suddetto, ebbe anche una carriera fuori dal comune e allo stesso tempo costruita propedeuticamente ai suoi obiettivi d’indagine: inizialmente si laurea in Fisica, materia che insegnerà nel suo paese di origine fino al 1922, anno in cui ottiene una seconda laurea in Filosofia, l’incarico di professore prima a Digione e poi alla Sorbona fino al 1954. Al solo udire di esistenzialismo puro e duro a morire probabilmente il nostro filosofo della scienza storceva il naso simpaticamente a patata: lo scoglio da arginare era lo stagnamento di una “filosofia dei filosofi” abbarbicata nel proprio guscio d’esistenza restio agli stimoli scientifici, stimoli che per Gaston erano la vera molla della conoscenza. Quest’ultima si ottiene dalle risposte, certo, ma essere non sono altro che ulteriori domande per ulteriori risposte. Insomma, non c’è fine al sapere, perché «se non ci fossero domande non potremmo avere conoscenza scientifica. Niente va da sé. Niente è dato. Tutto è costruito».

«La conoscenza del reale è una luce che proietta sempre da qualche parte delle ombre» è un meraviglioso presupposto nonché principio filosofico che delinea il network del suo percorso teorico: qualsiasi conoscenza che si ottiene non è un punto d’arrivo, non è una vittoria, non si è ancora giunti nell’Olimpo del sapere, è ancora, problematicamente, una conoscenza in continua costruzione. “Rottura epistemologica”, così lui la definiva. Il sapere filosofico-scientifico è costantemente in rotta di collisione con qualsiasi foruncolo concettuale e speculativo che si ritrova sotto il naso: non c’è niente che non possa essere messo in discussione, niente che non possa essere distrutto, problematizzato, sempre attraverso un conflitto tra la “resistenza” costituita dalle credenze passate (e in parte presenti) e le nuove istanze cognitive, tra errore e verità. Complicare e applicare: questo secondo verbo gode di un lustro fondamentale (non a caso una sua opera si intitola “Il razionalismo applicato” del 1949), in quanto è uno degli step indispensabili a un buon percorso di indagine e ricerca scientifici; solo applicando, sperimentando praticamente ed empiricamente i dati effettivi di un dato problema la ragione diventa l’organon autorizzato in grado di definire la problematica e la sua logica.

Bachelard è il filosofo dei “no”: ”no” è la risposta del rifiuto ad accettare compromessi semplicistici alle problematiche storico-scientifiche, è la risposta che apre la via a nuove ricerche, a tante, nuove, complicate domande che non spaventano l’avventuriero filosofico, ma che aprono il sipario multifattoriale e multidisciplinare di ricerca; la ricerca, l’indagine, la conoscenza non si riflette mai in sé (come rischierebbe di realizzarsi in una ricerca esistenzialistica), bensì è come il corso d’acqua di un torrente.

È vicino all’acqua che ho meglio compreso che il fantasticare è un universo in espansione, un soffio di odori che fuoriesce dalle cose per mezzo di una persona che sogna.

Certo, il fantasticare potrebbe non amalgamarsi troppo bene con un sapere cognitivo proiettato alla scienza, ma Bachelard ribalta, problematizza anche questo ipotetico assunto, dicendo e miscelando spiritualità e speculazione scientifica.

Il sogno ad occhi aperti non è un vuoto mentale. È piuttosto il dono di un’ora che conosce la pienezza dell’anima.

Maria Vittoria Giardinelli per MIfacciodiCultura

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