In ricordo di Stefano Rodotà, difensore del diritto e della sua laicità

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In ricordo di Stefano Rodotà, difensore del diritto e della sua laicità

In ricordo di Stefano Rodotà, difensore del diritto e della sua laicitàCi ha lasciato oggi Stefano Rodotà, all’età di 84 anni: uomo politico, giurista eccellente e sempre appassionato nel supportare le sue tesi senza mai dimenticare di argomentarle, era forse uno dei pochi intellettuali rimasti a questo paese che sapesse davvero condurre una discussione sensata o una battaglia giustificata: un pensatore che, nato a Cosenza il 30 maggio 1933, ha sicuramente contribuito a scrivere la storia del nostro Paese. Sia con i fatti che con le parole.

Nato sotto il fascismo, si interessa di politica sin da giovanissimo: nel ’53 è già a Roma, per laurearsi in legge. Prima dei quarant’anni è già professore ordinario alla Sapienza, dove insegna diritto civile, ma nel mentre milita fra i Radicali e scrive sui giornali; uno su tutti, Repubblica. Nel 1979 entra in Parlamento, ma non sotto l’ala radicale, ma quella del Pci, guidato da Berlinguer. Nel ’93 si dimette improvvisamente dalla politica, dopo aver abbandonato i comunisti: decide di lasciare poco dopo essere stato eletto Vicepresidente alla Camera. Nel ’97 diventa Garante della Privacy. I suoi rapporti con la politica però sono altalenanti, forse anche per colpa di una sinistra in cui non si rivedere particolarmente: i vari governi Berlusconi, poi, non li tollera proprio, tanto che arriverà a sostenere fortemente l’illeggibilità del Premier di Arcore, tanto da aderire all’appello di Micromega.

Vi fu poi l’avvicinamento ai pentastellati che lo candidano come Presidente della Repubblica dopo Napolitano: cori da stadio a Montecitorio, prende i voti di Sel e qualcuno dal PD, ma Napolitano viene eletto per la seconda volta. Si stacca poi dal Movimento, con seguenti frecciatine di Grillo, poi declassate a semplici battute, dove ci si fa beffe dell’età di Rodotà.

Un rapporto altalenante con la politica (sempre verso sinistra, mai verso destra, e forse qualcosa del M5S lo aveva già capito prima di tutti noi), come se cercasse sempre il meglio, la perfezione: forse sperava ancora che qualcuno, in questo paese, potesse salvarsi dall’oblio in cui è caduto il nostro sistema politico.

In ricordo di Stefano Rodotà, difensore del diritto e della sua laicitàMa, alla fine, Stefano Rodotà si muoveva sempre tenendo ben fermo l’occhio sulla meta, sul vero punto di riferimento che, forse, dovrebbe guidare la vita di ognuno di noi: il diritto e il rispetto di un diritto. Qualsiasi diritto: diritto alla vita, alla morte, al matrimonio, alla religione e – soprattutto – alla laicità: sentì sempre scomoda e poco lecita l’enorme ingerenza della  Chiesa Cattolica nello stato italiano, insinuata e intrecciata nei giochi di potere del nostro paese. Era il 2011 quando chiedeva che si rispettassero le richieste dell’Europa per una legiferazione sui matrimoni omo-sex, o sull’eutanasia: era il 2009 quando Eluana Englaro moriva, dopo enormi discussioni e le scuse di Berlusconi alle suore che non avevano potuto salvarle la vita. Proprio di questo tipo di ingerenza parlava il giurista: quella per cui nel nostro paese esiste il turismo della vita – per adottare o per le maternità surrogate – e per la morte, visto la mancanza di una qualsiasi legge sul testamento biologico.

Qualsiasi diritto meritava la sua battaglia: la libertà, per Rodotà, non era un gioco. Era un diritto fondamentale, in qualsiasi campo dell’esperienza: fu proprio lui a lottare per la libertà di ognuno ad accedere al web, oltre ogni ostacolo. Il libero accesso a questo mondo, quello che oggi si è mobilitato, tra tweet e articoli (ovviamente in testa a tutti l’accorato ricordo di Repubblica) a ricordare quello che, nonostante fosse «un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi a cui auguriamo una grande carriera e di rifondare la sinistra», era riuscito a farsi conoscere e condividere anche in un mondo così fluido e a tratti delirante come quello del web. Un vecchio giurista e accademico innamorato della giustizia che ha interpretato i desideri di tanti giovani che non si vedono protetti e interpretati da una politica vecchia, sordida e legata più alla sedia che al Paese: era un ottuagenario che interpretava sempre, e con largo anticipo, la modernità, le nuove spinte di una società che è avanti cent’anni rispetto alla propria legge.

In ricordo di Stefano Rodotà, difensore del diritto e della sua laicitàForse, per qualcuno in questo paese, Rodotà era ancora una spina del fianco, perché non ha mai smesso di lottare e di far sentire la sua voce, pungente ma giusta, quando serviva: era un nome che portava con sé quasi una rassicurante certezza, un eterno monito per i nostri politici.

Non dimentichiamoci mai il diritto, e non dimentichiamoci mai che questo non deve essere solo una spada di Damocle per il cittadino, invadendo tutti i campi possibili della sua vita: deve regolare, dettare legge, ma non opprimere.

Deve lasciare libero il singolo di fare le sue scelte: di vita, di morte, di amore.

Sapere che anche Rodotà ci ha lasciato, oggi, ci lascia un po’ attoniti, quasi smarriti: perché, di personaggi come lui, non ne sono nati molti. E nel nostro Paese sembrano sempre più radi.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

 

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