Seneca alla Maturità 2017: una riflessione sul valore della filosofia

0 1.412

Seneca alla Maturità 2017: una riflessione sul valore della filosofia

Seneca alla Maturità 2017: una riflessione sul valore della filosofiaParlando di Seneca e i buoni propositi avevamo commentato l’incipit della sedicesima lettera a Lucilio, che è proprio il testo da cui è stato tratto il brano dell’odierna seconda prova della maturità. La riflessione proposta dal brano riguarda il valore della filosofia, nella fattispecie della filosofia stoica, e la ragione per cui sia utile per la vita dell’uomo. Seneca tiene a sottolineare che la filosofia non è un sapere accessorio, fatto per essere esibito, oppure uno svago da concedersi nei ritagli di tempo libero. Per Seneca, la filosofia è innanzitutto una disciplina di vita, ovvero un insieme di buone norme che aiutano l’individuo a vivere meglio. Ecco un elenco delle funzioni della filosofia:

[…] animum format et fabricat, vitam disponit, actiones regit, agenda et omittenda demonstrat, sedet ad gubernaculum et per ancipitia fluctuantium derigit cursum.

[…] dà forma e crea l’animo, ordina la vita, guida le azioni, indica ciò che bisogna fare e ciò che non bisogna fare, siede al timone e aggiusta la rotta attraverso le incertezze delle situazioni instabili.

Questa enumerazione illustra l’ampiezza dell’apporto della filosofia nella vita umana. Per Seneca, essa è la chiave di accesso per la stabilità, l’equilibrio, la serenità; in conclusione, dunque, per la felicità. Il saggio stoico può raggiungerla dimostrandosi superiore agli adiafora, ovvero a tutti quei beni che, presenti o assenti, lasciano l’animo indifferente. Per gli stoici qualsiasi bene materiale rientra tra gli adiafora; se si possiede la virtù grazie alla filosofia, si potrà essere felici anche privi di ogni ricchezza.

Nell’ultima parte del brano si inserisce anche l’interessante nonché delicato dibattito sul rapporto tra destino e libero arbitrio: se crediamo in un destino prestabilito da un dio, e se dunque non ci viene data la possibilità di scelta per orientare la nostra vita, a che pro studiare e applicare la filosofia? Questa è la risposta di Seneca:

[…] philosophia nos tueri debet. Haec adhortabitur ut deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter; haec docebit ut deum sequaris, feras casum.

[…] la filosofia deve vigilare su di noi. È la filosofia che ci esorterà ad ubbidire alla divinità volentieri, alla fortuna con fierezza; essa ti insegnerà a seguire la divinità, a sopportare il destino.

Anche se crediamo che il destino umano sia già stabilito dagli dèi, tuttavia la filosofia può aiutarci ad andare incontro al futuro a testa alta, senza temere i rivolgimenti della sorte. La sorte, infatti, può privarci dei beni accessori, gli adiafora, ma non potrà mai privarci della virtù raggiunta attraverso la disciplina filosofica.

Un altro punto fondamentale nella dissertazione di Seneca è l’importanza della pratica. La filosofia, infatti, non acquista valore nell’ornato letterario, bensì quando viene messa in atto nella vita quotidiana. È la filosofia in rebus, nei fatti, che interessa all’autore latino, non quella in verbis, nelle parole. Non a caso, egli insiste molto sull’inutilità dell’ostentazione della filosofia, soprattutto nel caso in cui essa non venga messa in pratica:

Non est philosophia populare artificium nec ostentationi paratum; non in verbis sed in rebus est.

La filosofia non è un volgare artificio né un abito da ostentare; non è nelle parole, ma nei fatti.

Seneca alla Maturità 2017: una riflessione sul valore della filosofiaQuesto assunto si riflette anche sullo stile della prosa dell’autore latino: non è un caso che la maggior parte degli studenti la considerino di facile comprensione. Seneca, nei suoi scritti filosofici, predilige un tipo di prosa spezzato e paratattico affinché sia più immediato per il lettore, che deve rimanere colpito non tanto dalle forme, quanto dai contenuti. Nonostante questo, è sbagliato ritenere la prosa di Seneca del tutto spoglia: l’autore infatti ricorre spesso all’uso di figure retoriche, ma solo con lo scopo di rendere ancora più chiaro il proprio testo. Ad esempio, le proposizioni completive «ut deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter» hanno un verbo comune, «pareamus», che è posto al centro del parallelismo «deo libenter» – «fortunae contumaciter», per evidenziare la duplice efficacia della filosofia, sia nella direzione dell’ubbidienza della volontà divina, sia nella direzione dell’accettazione del proprio destino.

Speriamo dunque che la lettura di questo affascinante testo sia stata un’occasione di riflessione per i giovani studenti che oggi si sono sottoposti alla seconda prova, e anche un modo per imparare a capire e ad apprezzare lo stile di uno dei più importanti filosofi e scrittori dell’antichità.

Arianna Capirossi per MIfacciodicultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.