Ian McEwan: scrutatore di una realtà che vede tutti come nuovi Amleto

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Ian McEwan: scrutatore di una realtà che vede tutti come nuovi Amleto

I romanzieri si dividono in due tipi: quelli che si fanno le ricerche da soli e quelli che delegano a terzi. Ian McEwan appartiene alla prima categoria: risoluto ricercatore, realista fino al midollo, i suoi romanzi sono sempre stati preceduti da un’intensa documentazione. Ian McEwan, nato a Aldershot il 21 giugno 1948, è uno scrittore inglese, molto elegante e con una conoscenza scientifica rara nel suo ambiente. È soprannominato “Ian macabre” per i toni cupi usati in molte delle sue narrazioni. Ha esordito nel 1975 con la raccolta di racconti Primo amore, ultimi riti e ha vinto nel 1998 il Man booker price, con il romanzo Amsterdam.

Ha scritto opere inquietanti e di intenso approfondimento psicologico, analizzando nel profondo situazioni difficili e a tratti morbose: il tema principale è infatti la fragilità dell’esistenza e della vulnerabilità umana. Indaga, ad esempio, i drammi del giudice Fiona Maye in la Ballata di Adam Henry (The Children act 2014).

Ian fa una profonda riflessione sull’esistenza anche quando, entrando nella famiglia Tallis, nel suo romanzo Espiazione (2002), assiste ad avvenimenti terribili, che coinvolgono, come in un circolo vizioso, tutti i protagonisti; a guidare il tutto è il senso di colpa e l’espiazione. Questo romanzo, diventato best seller, ha consacrato Ian alla fama internazionale e nel 2007 è stato anche realizzato un adattamento cinematografico diretto da Joe Wright ed interpretato da Keira Knightley e James McAvoy.

Ian McEwan è drammaticamente realista anche quando ci racconta nel romanzo, Sabato (2005), le vicende del neurochirurgo Henry Perowne. È lo stesso giorno in cui una massa di manifestanti si muove per le vie di Londra per protestare contro la guerra in Iraq. Perowne scopre quanto sia fragile la sua tranquillità e di «come allargando il campo, più merda vedi, e sembra tutto tremendo senza possibilità di recupero».

Il suo romanzo Miele (Sweet Tooth 2012), è un saggio sulla guerra fredda, esaminata dal punto di vista di una spia antisovietica, Serena Frome, e il suo amore tormentato con lo scrittore che le è stato affidato affinché vigilasse la sua produzione letteraria.

Per il suo ultimo romanzo, Nel guscio (2016), Ian ha deciso, invece, di prendersi una pausa dal suo profondo realismo e ha per questo  scritto un romanzo del tutto irrealistico. Viene raccontata una storia dal punto di vista di un feto, che come un moderno Amleto assiste impotente alle trame omicide della madre e del suo amante, lo zio, ai danni del padre. Quando si racconta una storia irrealistica si mette in atto un gioco in cui si chiede al lettore di attraversare una linea: Ian stesso dirà

Se hai dei problemi con l’irrealismo, lascia perdere. Uno dei momenti di irrealtà che amo di più nella letteratura europea è la metamorfosi di Kafka.

Il feto che assiste inerme alle terribili vicende esterne è la metafora che meglio descrive noi stessi e il rapporto con il tempo che stiamo vivendo. Ian McEwan ha abbandonato un modo di scrivere realista, ma non ha di certo smesso di scrutare a fondo il mondo esterno.

Rosanna D’Alessandro per MIfacciodiCultura

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