AIDS: i giovani sono sempre meno informati (e meno responsabili)?

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AIDS: i giovani sono sempre meno informati (e meno responsabili)?

AIDS: i giovani sono sempre meno informati (e meno responsabili)?Il Telefono Verde AIDS e IST (Infezioni sessualmente trasmissibili) 800 861 061 dell’Istituto Superiore di Sanità compie 30 anni: in questo arco di tempo ha risposto ha più di 2 milioni di domande, per un totale di oltre 800mila interventi di consulto telefonico. Si potrebbe pensare che, ormai, l’HIV non sia più un problema, o che comunque sia una malattia di cui si sa tutto e il cui contagio si è notevolmente abbassato negli ultimi decenni: e, invece, la situazione è tutt’altro che florida.

I giovani di oggi sono sempre meno informati e chiamano sempre meno il Telefono Verde AIDS: negli anni sono diminuiti gli utenti con meno di 25 anni, ma non certo perché siano già ben informati, visto l’aumento della disinformazione sul tema. 12 persone su 100, prese da qualsiasi fascia di età, sono ancora convinte che il virus dell’HIV si contragga nei bagni pubblici, tramite i baci e le punture di zanzara. Sembra di essere all’inizio degli anni ’80, e invece siamo nel 2017. La percentuale di giovani che usufruisce del servizio è passata  dal 23,3% nel decennio 1987-1997 all’11,9% nel decennio 2007-2017Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, fa notare come il livello di disinformazione sull’AIDS sia  passato dall’11,4% rilevato nel primo decennio di lavoro del Telefono Verde al 13,6% degli ultimi anni.

Come se non bastasse, la metà degli utenti che chiamano il centralino non ha mai effettuato il testo per l’HIV pur essendo consapevole di avere avuto comportamenti a rischio.

Purtroppo però non sono diminuite le chiamate di chi, sul lavoro o nella vita di tutti i giorni, viene discriminato per essere un malato di AIDS: dati tutt’altro che incoraggianti, come fa giustamente notare il Ministro della salute Beatrice Lorenzin.

Nel 2015 sono stati 3.444 i nuovi casi di contagio, e la fascia più colpita è proprio quella dai 25 ai 29 anni: ovvero, quella più disinformata.

In questo contesto, ha sicuramente aiutato – paradossalmente – l’eccellente lavoro fatto nella cura della malattia: oggi l’AIDS non è più considerato una malattia mortale, avendo la medicina consentito una qualità di vita migliore per chi viene contagiato: sono lontani i ricordi degli anni ’80, dove droghe e HIV sembravano andare di pari passo con l’omosessualità e il contagio equivaleva ad una condanna a morte certa. Ma, nonostante l’aspettativa di vita si sia allungata, non bisogna dimenticare una nozione fondamentale: non si parla di una malattia da cui si possa mai guarire. Si può curare, se ne possono ridurre i pericolo, ma dopo il contagio la vita non rimane quella di prima. E non tornerà mai ad esserlo.

Tra i giovani c’è l’idea che alla fine non sia una malattia così grave, e che quindi non sia così importante né proteggersi né fare i dovuti test: non si ha più la percezione reale del problema, né dei reali danni dello stesso.

AIDS: i giovani sono sempre meno informati (e meno responsabili)?
Così NON si pende l’HIV

Il sesso, oggi, non è certo circondato dai tabù di 30 anni fa: purtroppo, allora la stigma sociale si era abbattuta su omosessuali e tossicodipendenti, portando alla credenza che l’HIV fosse un virus che colpiva solo chi si bucava o chi faceva sesso promiscuo. Ovviamente, tutto questo poco c’entra con la possibilità di contagio: il sesso non protetto espone a questo rischio con qualsiasi partner. Eppure, queste cose all’apparenza banali, non  sono così conosciute come si pensa: c’è ancora chi crede che basti un bacio per infettarsi, o andare in un bagno particolarmente sporco. Ma soprattutto, che capiti solo ai gay e ai drogati.

Un rapporto sessuale non protetto, inoltre, non espone solo all’HIV, che è ovviamente la minaccia più grande: tutte le malattie sessualmente trasmissibili sono gravi, se trascurate. Soprattutto se non si fanno i dovuti controlli.

Eppure, i giovani pensano di sapere tutto: hanno Internet, sono la generazione con più informazioni possibili tra le mani, e forse si pensa che basti usare Google per scoprire malattie come la gonorrea, la sifilide, i condilomi. Invece, non c’è più una reale consapevolezza del pericolo: tutto ad un tratto, siamo tornati a ricordare l’importanza del condom, e non solo come anticoncezionale.

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Così SI POTREBBE prendere l’HIV

Qui c’è un problema di doppia responsabilità: la prima è degli adulti. Se un giovane supera i 20-25 anni e non conosce i veri rischi del sesso non protetto, c’è stata una ovvia falla nel sistema. Forse la famiglia non aveva a disposizioni le armi per spiegare cosa fosse l’HIV: ma la scuola doveva (e dev)e farlo. Anche se ovviamente il contagio di AIDS è in calo rispetto a 30 anni fa, 3.444 casi non sono cifre di poco conto: quanti di questi 3mila non era a conoscenza della pericolosità delle malattie sessualmente trasmissibili?

Ma se, da un lato, c’è stata una cattiva azione a livello sociale, tanto la prevenzione nelle scuole quanto in altre sedi, la responsabilità è anche di chi il preservativo non lo usa: forse, si crede che sia una vecchia storia noiosa per evitare di fare figli prima del tempo. Invece, rimane una verità che spesso si vuole ignorare: il coito interrotto non è un metodo anti-concezionale e non protegge dalle malattie. Per quanto si possa amare il proprio compagno, o per quanto ci si possa fidare del proprio partner, solo un test può certificare davvero la situazione di salute di qualcuno. Il sesso deve essere un momento libero da tabù, fatto di divertimento e complicità; ma se si è abbastanza adulti da avere un rapporto, lo si deve essere anche per le responsabilità che ne conseguono. Test, preservativi e tutto quanto si possa fare per rimanere sani. E vivi.

Forse, l’educazione sessuale nelle scuole non andrebbe così tanto osteggiata, se questi ne sono i risultati.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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