#WithRefugees: la Giornata internazionale del rifugiato per la solidarietà

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#WithRefugees: la Giornata internazionale del rifugiato per la solidarietà

#WithRefugees: la Giornata internazionale del rifugiato per la solidarietà#WithRefugees, con i rifugiati: ecco, è questo lo slogan che animerà oggi 20 giugno la Giornata internazionale del rifugiato, voluta dall’Assemblea delle Nazioni Unite e oramai giunta alla sedicesima edizione. E l’UNHCR quest’anno ha deciso che il fil rouge della giornata sarà la solidarietà di chi ha deciso di accogliere, di chi ha deciso di schierarsi dalla parte dei rifugiati, rafforzando l’incontro tra comunità e richiedenti asilo, dimostrando come la conoscenza reciproca sia in grado di abbattere muri e pregiudizi. Ma non solo, perché #WithRefugees vuole essere anche un campanello, una sveglia mondiale a ricordare che dietro ogni rifugiato, ogni profugo, c’è una persona, una storia che merita di essere ascoltata. Una storia fatta di sofferenza, di dolore, di umiliazione, ma comunque timidamente pervasa dalla speranza di un futuro migliore, se non per loro almeno per i loro figli.

Se ogni anno la Giornata internazionale del rifugiato si impegna a celebrare la forza, il coraggio e la perseveranza delle migliaia di persone costrette ad abbandonare tutto e scappare verso l’ignoto, quest’anno da celebrare è la solidarietà, e la voglia di conoscere il nuovo vicino di casa. Perché, prima di tutto, andrebbe capito cosa vuol dire essere un rifugiato, e se nel 2017 ha ancora senso distinguere questa figura da quella del migrante.

#WithRefugees: la Giornata internazionale del rifugiato per la solidarietàÈ l’Articolo 1 della Convenzione di Ginevra del 1951 che risponde a questa domanda, definendo rifugiato chi «temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese». Ma questa definizione, coniata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, sembra essere un po’ troppo restrittiva: rifugiato è chi deve scappare perché il suo paese è dilaniato dalla guerra e non sa come sopravvivere; è chi vede morire la propria famiglia di fame e va alla ricerca di un paese che gli offra condizioni di vita migliori; è chi, disperato, si lascia tutto alle spalle e si imbarca in un maledetto viaggio della speranza.

Maledetto perché rischioso: migliaia di persone in questi ultimi anni hanno trovato la morte in mare, nella tratta Nord Africa-Italia, a causa di imbarcazioni fatiscenti e di scafisti senza scrupoli che al posto di vedere persone vedono numeri e profitti. Rischioso perché si può fermare a pochi chilometri dal confine di quell’Europa vista come terra promessa, in un campo profughi in Grecia, di fronte al filo spinato che corre tra Ungheria e Serbia o al confine con la Turchia, che ha appena innalzato tre metri di cemento per chiudere il confine con la Siria. Oppure ci si può fermare in uno dei tanti centri di accoglienza che ci sono nel nostro paese, impantanati in una burocrazia che non sa cosa fare con queste migliaia di persone.

I numeri sono alti, altissimi: Unicef riporta che dall’inizio di gennaio al 23 maggio, più di 45.000 rifugiati e migranti sono arrivati in Italia utilizzando la rotta del Mediterraneo, un incremento del 44% rispetto allo stesso periodo nel 2016. Di questi moltissimi sono minori, spesso non accompagnati: 5.500, il 92% di tutti i bambini giunti in Italia via mare. Minori che rappresentano la generazione perduta di questa tragedia umana, bambini che hanno più familiarità con fili spinati, morte e sofferenza che con banchi di scuola e giochi.

#WithRefugees: la Giornata internazionale del rifugiato per la solidarietàEppure partono, perché nonostante quel viaggio sia maledetto, è pur sempre della speranza: speranza in un futuro migliore, speranza in una vita senza guerra, senza fame e senza bombe. Speranza che per migliaia di anni ha alimentato gli esodi e le migrazioni della razza umana e che nonostante i muri, le morti e i rischi resterà il motore primordiale di ogni disperato tentativo di fuga.

#WithRefugees, che è anche una petizione, chiede questo sforzo ai governi dei paesi occidentali: garantire ad ogni bambino rifugiato un’istruzione, ad ogni famiglia un posto sicuro in cui vivere, a ogni rifugiato un lavoro, cosicché possa contribuire a rendere migliore la comunità che lo ha accolto. Chiede a tutti noi, attraverso l’accoglienza e la solidarietà, di ascoltare le loro storie e di ridare loro dignità, uno scopo, una casa. Solo ricordandoci che dietro ogni numero c’è una persona il 20 giugno smetterà di essere giornata di false promesse e vuoti mea culpa, ma un inizio verso un futuro migliore.

I’ve met so many who have lost so much. But they never lose their dreams for their children or their desire to better our world. They ask for little in return – only our support in their time of greatest need.

Ho incontrato moltissime persone che hanno perso tanto. Eppure, non hanno mai perso i loro sogni per i loro figli o il desiderio di rendere il mondo un posto migliore. Chiedono poco in cambio – solo il nostro supporto nel loro momento di più grande bisogno.


UN Secretary-General, António Guterres

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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