Salman Rushdie: letteratura e persecuzione nel XX secolo

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Salman Rushdie: letteratura e persecuzione nel XX secolo

Salman Rushdie è un nome che possiamo associare a vicende di migrazione, integrazione, razzismo, intolleranza, oltre che a questioni prettamente letterarie.

Nato da un’agiata famiglia indiana di Bombay, Rushdie ha incarnato ormai, nel corso della sua vita, quell’immagine di scrittore considerato diabolico e perseguitato dal mondo religioso e culturale che non ha accettato quello sporco inchiostro nero delle sue stampate pagine. E, no, non siamo nel Medioevo – dove chi osava nominare ambiguamente Cristo, Maometto, Dio o chicchessia di religioso cadeva a precipizio nell’occhio della censura – bensì siamo nel Ventesimo secolo. Salman Rushdie è nato il 19 giugno del 1947 nel nome di una fede musulmana non sentita profondamente nella cerchia famigliare e, dunque, infine abbandonata, senza mai rinnegare però la propria appartenenza al mondo islamico o le proprie origini indiane. Cresciuto cullato tra le salde parole paterne, che raccontavano fiabe guidate dall’influsso magico delle Mille e una notte, e frasi materne, tesoriere di storie familiari mai dimenticate, Rushdie frequenta le scuole inglesi dopo il trasferimento della famiglia in Inghilterra. Tipico ragazzo indiano estraneo alla comunità, negli anni Sessanta il futuro scrittore diviene vittima di razzismo e discriminazione per le sue origini orientali, la sua mitezza d’animo e la sua mancanza d’interesse per lo sport che tanto coinvolgeva i britannici del tempo.

L’esordio letterario dello scrittore angloindiano non avviene nel nome di un immediato successo editoriale. Il primo romanzo, Grimus, esce nel 1975 presso l’editore Gollancz, godendo non di grossi risultati economici ma solo di buone recensioni sul The Times Literary Supplement che riconosce le potenzialità espressive della neonata penna. L’opera controversa, incriminata, feroce lavoro che attira l’ira funesta delle autorità – e non solo –  musulmane è I versetti satanici (1988). Il titolo allude a dei versetti apocrifi all’interno del testo del Corano in cui il profeta Mahound riconosce la presenza di un culto di tre divinità femminili (un’eccezione, quindi, nell’Islam monoteista) dichiarandosi investito di un dettame proveniente da Satana. Mahound sarebbe l’alter ego di Maometto, un Maometto dunque “compromesso”. I fondamentalisti islamici non tardano a sollevare una bufera che coinvolge migliaia di fedeli, invocando la necessità e l’inevitabilità di una condanna a morte per l’oltraggio.

Salman Rushdie con in mano una copia dei Versetti satanici

Era il 15 settembre 1988, e tutto partì con un commento all’opera di Rushdie tra le pagine dell’India Today. Il 14 febbraio 1989 l’Ayatollah Khomeini lancia la fatwa, la condanna a morte, appunto, che deve essere messa in atto da qualunque musulmano, per il quale sarebbero state previste una ricompensa in denaro e l’apertura gloriosa delle porte del Paradiso in nome dell’eroico gesto.

Salman Rushdie è costretto così a vivere da recluso, presenza inesistente nella società, sotto il segreto controllo e protezione di Scotland Yard. Un’esistenza nell’ombra.

Il traduttore italiano dei Versetti satanici viene accoltellato. L’editore norvegese viene ferito da colpi di pistola. Il traduttore giapponese perde la vita. E, Rushdie, l’autore in esilio, cade nella clandestinità più completa.

La prima svolta verso il ritorno alla luce avviene solamente nel 1998, quando, con il cambio di regime di Teheran, non viene più appoggiata e sostenuta la fatwa. Ma solamente due anni dopo, nel 2000, la rivista Lancet annuncia la presenza di centinaia di iraniani che ancora sono pronti a finanziare l’uccisione dello scrittore ormai eternamente condannato per blasfemia.

Il nome di Rushdie è passato, così, dalla letteratura alla politica: pubblicare opere di Rushdie, parlare di Rushdie, ospitare e intervistare Rushdie sono azioni che portano conseguenze e attenzioni provenienti da ogni dove. Sono molti i Paesi che hanno bandito e censurato Rushdie, mentre gran parte dell’Occidente lo ha investito di apprezzamenti e buone critiche letterarie. Esemplari sono, in tal senso, i riconoscimenti ottenuti dal suo libro I figli della mezzanotte, solo per citare il titolo che sovrasta le altre pubblicazioni dello stesso scrittore angloindiano per impareggiabile successo.

Giovani ragazze islamiche in protesta contro Rushdie

Non a caso, gli interventi di Salman Rushdie non sono venuti meno durante i recenti attentati di fanatici estremisti che hanno agito in nome di una distruttrice voce del Corano. E le sue parole in commento alla strage parigina dello scorso novembre sono state:

La migliore vendetta è la pace. Non rinunciamoci! Viviamo nella parte fortunata del mondo. Sa [rivolgendosi all’intervistatore del Corriere della Sera] qual è il danno peggiore causato dalla fatwa? Che io debba parlare di queste cose come un politico e non come uno scrittore. Come un oratore e non come un artista. È molto, molto frustrante

Non per sua volontà, dunque, Salman Rushdie è oggi per noi un nome tanto letterario quanto politico, nonché legato e vincolato a un cupo rimando religioso.

Sabrina Pessina per MIfacciodiCultura

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